analisiVERSO TAORMINA

L’Italia, il G7 e la grande sfida delle migrazioni

di Andrea Goldstein

(ANSA)

3' di lettura

Se pensiamo agli ultimi vertici presieduti dall’Italia, di cui resta solo il ricordo (tragico) della morte a Genova di Carlo Giuliani e quello (sconcertante) del costo esorbitante del centro congressi della Maddalena, per considerare un successo il G7 di Taormina di questo weekend basterebbe che tutto si svolgesse senza intoppi. Ma se nel 2001 e nel 2009 non successe nulla di politicamente rilevante fu anche perché i governi italiani di allora non avevano affatto le idee chiare sulle priorità da avanzare nel breve spazio di agibilità politica che l’Italia, potenza media, ha periodicamente a disposizione grazie alla presidenza del più tradizionale formato della global governance, ancorché ormai oscurato dal G20.

Sono diversi gli obiettivi che l’Italia persegue nel 2017: preservare il sistema commerciale dalle minacce di protezionismo; consolidare l’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico; promuovere la stabilità in Libia; offrire al rieletto presidente iraniano Hassan Rohani una sponda più solida nella lotta contro i conservatori; magari aprire la strada a un prossimo ritorno della Russia nel G8.

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Nessuno di questi temi però rivaleggia con le migrazioni, e del resto la scelta della Sicilia per questo vertice ha un valore simbolico che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni vorrà sicuramente ricordare ai suoi ospiti. Mai si è discusso di flussi di popolazione, crisi dei rifugiati, emergenze umanitarie, abusi dei diritti umani a così poca distanza dai luoghi dove questi fenomeni spesso tragici avvengono. Al di là delle dichiarazioni generali, e dei complimenti per la gestione delle emergenze che Roma certamente cercherà di ricevere dai partner nella dichiarazione finale, il G7 del 2017 sarà però ricordato solo se pianterà i primi semi di una negoziazione sulle migrazioni.

Questo significa andare oltre i sintomi del fenomeno e dare un segnale politico chiaro sulla rotta da percorrere per riuscire un giorno non tanto remoto a disporre di un regime globale: che promuova lo stato di diritto e lo sviluppo sostenibile nei Paesi di origine, rinforzi la cooperazione internazionale nel contrasto alla criminalità e alla tratta delle persone, apra i mercati dei Paesi ricchi, soprattutto per i prodotti agricoli, migliori le politiche d’integrazione. Oltre a garantire maggiore solidarietà nella redistribuzione dei rifugiati, cui devono però necessariamente corrispondere migliori controlli nei Paesi di prima accoglienza.

Il limite dell’esercizio è che in più di 40 anni di vertici, il G7/G8 si è occupato poco dei temi migratori nelle sue diverse dimensioni. Come osserva una recente nota di ricerca del G8 Information Centre, le migrazioni sono state un tema centrale solo a Tokyo (1979), Napoli (1994), Colonia (1999) e Ise-Shima (2016), nell’immediatezza delle crisi che in quel momento colpivano rispettivamente Sud Est asiatico, Ruanda, Kosovo e Siria (ma anche Africa, Yemen e Libia). In altri anni le menzioni, quando ci sono state, sono state indirette e pertanto la capacità dei leader di incidere per davvero sulle discussioni tecniche sulle materie più sensibili (in particolare i diritti umani e il costo delle rimesse) è stata al più parziale e in molti casi nulla.

Come rompere l’impasse tra la necessità di risposte coerenti e collettive, da un lato, e scarso appeal politico del tema migratorio, dall’altro? Un regime globale per le migrazioni non sorgerà nel breve né nel medio periodo, e nel frattempo solo il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha la legittimità per agire, sia pur nei limiti dettati dalla sua insufficiente rappresentatività della geografia economico-politica della globalizzazione. Una prospettiva naturale, nella misura in cui clima, migrazioni, terrorismo e sicurezza sono temi sempre più intimamente legati, in cui i progressi in termine di coordinamento delle azioni e gestione delle crisi sono spesso lenti per mancanza di un mandato politico dall’alto.

Ovviamente se un G dove essere chiamato a fornirlo, sarebbe più normale che fosse il G20, ma le differenze di opinioni al suo interno, e anche lo scarso interesse che alcuni tra i suoi membri più autorevoli (Cina in primis) hanno a interessarsi alle migrazioni, lasciano uno spazio al G7. Da sfruttare fino a che il consesso delle nazioni industrializzate conserva la sua omogeneità nel difendere i princìpi della democrazia liberale, che continua a caratterizzare il G7 malgrado la Brexit, l’elezione di Trump e il (relativo) successo di Marine Le Pen sollevino inquietudini proprio sui rigurgiti di xenofobia. Il paradosso di Taormina sarebbe proprio se il suo principale risultato fosse l’asprezza delle discussioni, nello spirito d’informalità e franchezza che caratterizzava il G7 alle sue origini, ma anche nella prospettiva di avere ambizioni all’altezza delle sfide.

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