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L’Italia non può perdere la partita industriale

di Giuliano Noci

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(Reuters)


3' di lettura

Il 5G – grazie alle sue caratteristiche di interoperabilità e di tempi di latenza bassissimi – rappresenta non solo la nuova frontiera della comunicazione, che sostituisce il 4G, ma una vera e propria discontinuità tecnologica: le macchine potranno comunicare in tempo reale con altre macchine e questo si potrà verificare a tutti i livelli. In questa prospettiva, comprendiamo quanto il 5G e le sue infrastrutture siano un elemento chiave, probabilmente il più importante, per la competitività futura di intere nazioni e dei relativi sistemi industriali; svolgeranno il ruolo che il sistema nervoso gioca per il corpo umano e, in questo senso, il 5G deve essere considerata una infrastruttura strategica.

È rilevante chiedersi quindi che ruolo l’Italia potrà giocare in questa partita (tecnologica) planetaria. Dobbiamo essere chiari: un ruolo marginale. È il risultato di scelte fatte vent’anni or sono. Negli anni '90 eravamo tra i leader delle telecomunicazioni, Milano era allora una delle capitali mondiali con imprese come Italtel e Telettra, le cui divisioni di ricerca sono state cedute a player stranieri (Siemens e Alcatel rispettivamente). Risultato: la ricerca sul 5G e la costruzione degli apparati è tutta fuori dall’Italia e vede come protagonisti giganti come Qualcomm, Huawei, Nokia ed Ericsson.

L’Italia è nella sostanza spettatore di questa rivoluzione tecnologica e nel prossimo futuro non avrà alternative: non potendo rinunciare alla infrastruttura 5G, le imprese operanti in Italia dovranno acquistare apparati di telecomunicazione da fornitori stranieri – osservo peraltro che tutti gli operatori telco domestici sono ormai in mani straniere.

Un percorso questo inevitabile ma che deve essere attentamente governato in virtù della natura di asset strategico del 5G. Come? Attraverso l’introduzione di una Authority a forte valenza tecnologica che certifichi gli apparati acquisiti e si faccia carico di preservare il rispetto di tutte le condizioni di sicurezza e protezione dei dati, sempre più linfa vitale della società del futuro. Si tratta di una opzione che il Regno Unito si avvia ad intraprendere secondo le ultime dichiarazioni circolate sui media internazionali.

Una ultima domanda che è opportuno porsi è, pur in un quadro in cui la partita a livello infrastrutturale si gioca fuori dai confini domestici, se l’Italia possa conquistare qualche spazio di innovazione nel prossimo futuro. La risposta è sì, ma a certe condizioni. Le opportunità sono reali in alcuni domini verticali, in specifici ambiti applicativi: faccio riferimento all’Internet of Things e ai sistemi per la mobilità. La condizione è che le nostre imprese abbiano adeguata consapevolezza del fatto che la competizione si giocherà sempre più sul fronte delle tecnologie digitali, intese non tanto come sistemi per l’automazione quanto piuttosto come fattori abilitanti per la gestione di dati che saranno la nuova materia prima delle imprese industriali: il 5G ci porterà definitivamente nel mondo della servitizzazione, ovvero in uno scenario nel quale produzione manufatturiera e erogazioni di servizi non saranno più nettamente separati. Dal momento che tutte le statistiche internazionali ci collocano tra gli ultimi posti in Europa per alfabetizzazione informatica e digitale, è richiesto al nostro Governo, al sistema educativo e ai portatori di interessi delle imprese uno sforzo immane di sensibilizzazione e creazione di competenze per evitare che dopo la partita delle infrastrutture 5G l’Italia perda anche quella delle applicazioni industriali. Sarebbe letale per la seconda manifattura d’Europa.

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