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L’Italia non può restare all’opposizione in Europa

di Sergio Fabbrini


Martedi' a Strasburgo debutta il nuovo Parlamento Ue

4' di lettura

Martedì prossimo, con l’insediamento del Parlamento europeo, inizierà un nuovo ciclo politico. In pochi mesi occorrerà nominare il presidente del Parlamento europeo, della Commissione, del Consiglio europeo, oltre che l'Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Per di più, nell'ultimo trimestre del 2019, scadrà il mandato dell'attuale presidente della Banca centrale europea (una posizione non-politica che determina, con le sue scelte monetarie, formidabili conseguenze politiche).

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Non sarà facile trovare un accordo su chi dovrà rivestire quei ruoli, in particolare di presidente della Commissione e del Consiglio europeo. Vale la pena di capire perché.Le elezioni del 26 maggio hanno decretato la fine della pretesa del Parlamento europeo di imporre il proprio candidato alla presidenza della Commissione. Quelle elezioni hanno mostrato che l'Ue non potrà diventare un sistema parlamentare (come la Germania, per capirsi). Nelle elezioni del 2014, i maggiori partiti parlamentari presentarono (come avviene in Germania, appunto) un loro capo-lista o spitzenkandidat in quanto candidato alla presidenza della Commissione. Tra quei partiti fu siglato un accordo: chi ottiene la maggioranza relativa dei seggi parlamentari potrà proporre il proprio spitzenkandidat come presidente della Commissione.

Il Ppe è risultato il primo partito, ma il suo sostegno elettorale è diminuito, così come è diminuito il sostegno all’altro partito storico (i Socialisti & Democratici o S&D). Manfred Weber, capo-lista del Ppe, e Frans Timmermans, capo-lista dei S&D, non sono in grado di dare vita ad una maggioranza da soli. La nuova maggioranza dovrà includere i Liberal-democratici (“Rinnovare l'Europa”) e probabilmente anche i Verdi, se vuole superare i 376 seggi necessari. Il presidente della Commissione emergerà quindi da una negoziazione tra più partiti europeisti. Una negoziazione che dovrà tenere in conto gli equilibri interni anche al Consiglio europeo dei capi di governo nazionali, cui spetta il compito (per Trattato) di proporre formalmente il candidato alla presidenza della Commissione (che dovrà poi ricevere il voto della maggioranza del Parlamento europeo).

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L’Ue non può essere un sistema parlamentare proprio perché i capi di governo nazionali del Consiglio europeo esercitano un ruolo esecutivo (per di più, in politiche cruciali come quella economica). La scelta del presidente del Consiglio europeo (con voto a maggioranza qualificata rafforzata dei suoi 28 membri, ovvero almeno 21 di essi, espressione del 65 per cento della popolazione dell’Ue) è dunque altrettanto importante di quella del presidente della Commissione. I due presidenti (della Commissione e del Consiglio europeo) rifletteranno l’intreccio di due distinte maggioranze europeiste. Naturalmente, all’interno degli europeisti del Parlamento europeo vi sono differenze tra le forze che ne fanno parte. Sui temi della politica economica, ad esempio, i francesi di “Rinnovare l'Europa” e i S&D sono a favore di un budget autonomo dell'Eurozona, mentre i Popolari e i liberali dei Paesi del Nord insistono sulla responsabilità fiscale nazionale. Una divisione territoriale che attraversa anche i governi europeisti del Consiglio europeo. Comunque sia, è tra i partiti e i governi europeisti che si svolgerà la discussione sui candidati per le cariche più importanti. Una discussione finalizzata a bilanciare, all'interno della doppia maggioranza, interessi nazionali e opzioni politiche. Ecco perché non sappiamo come finirà la discussione.

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Una cosa, però, la sappiamo. In quella discussione saranno esclusi due grandi Paesi, il Regno Unito e l'Italia. Essi rappresentano due forme diverse di exit dall'Ue. I britannici (che la lasceranno il 31 ottobre prossimo) hanno dichiarato che si asterranno in tutte le votazioni relative alle nomine. Gli italiani, invece, non avranno peso in quelle nomine perché i partiti di maggioranza sono collocati all’opposizione sia nel Parlamento europeo che nel Consiglio europeo. La Lega sarà nel nuovo raggruppamento sovranista “Identità e democrazia” che ha ottenuto meno del 10 per cento dei seggi parlamentari, mentre i 5 Stelle (che avevano richiesto di aderire ai Liberal-democratici e poi alla Sinistra unitaria europea, richiesta rifiutata da entrambi i raggruppamenti) rimarranno con “Europa della libertà e della democrazia diretta” che ha ottenuto meno del 6 per cento dei seggi parlamentari. Nello stesso tempo, i governi dei due Paesi saranno esclusi dalle discussioni del Consiglio europeo perché invischiati nei loro problemi interni. Il governo britannico deve fare uscire il suo Paese dallo stallo politico in cui si è cacciato con Brexit, il governo italiano deve far posticipare la procedura d’infrazione sul debito pubblico nazionale che equivarrebbe ad una indiretta Italexit. Entrambi i governi sono così divenuti policy-takers piuttosto che policy-makers, essendo costretti a ballare una musica suonata da altri (la maggioranza europeista). Se il loro antieuropeismo era finalizzato a recuperare sovranità nazionale, l'esito è esattamente l’opposto.

Insomma, questa settimana inizierà un nuovo ciclo politico europeo. Esso aprirà prospettive all’Europa, ma potrebbe chiuderle all’Italia. In Europa, la nuova maggioranza dovrà perseguire un programma più coraggioso di riforme (in particolare dell’Eurozona), trovando un nuovo equilibrio tra il Consiglio europeo e il Parlamento europeo. In Italia occorrerà invece aprire, con duro realismo, una discussione sulla nostra collocazione europea. Un grande Paese come il nostro non può rimanere all’opposizione in Europa per un intero ciclo politico. Se il governo non se ne cura, dovrebbero invece preoccuparsene la società civile e il sistema economico.

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    Sergio Fabbrinieditorialista

    Luogo: Luiss Guido Carli

    Lingue parlate: francese, spagnolo

    Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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