Report Mediobanca

L’Italia primo Paese per la manifattura del lusso: nel 2022 ritorno ai livelli pre-Covid per l’industria della moda

L’analisi dell’Area Studi Mediobanca conferma il traino del made in Italy per la moda globale. La proprietà straniera porta investimenti e crescita, ma brillano anche le pmi indipendenti, forti delle loro eccellenze

di Chiara Beghelli

Making of di un abito Valentino

2' di lettura

Una ripresa veloce, un aumento del fatturato del 28% che ha già riportato le aziende più importanti della moda globale ai livelli pre pandemia, segnando +10% rispetto al 2019. Sono dati positivi quelli del nuovo report sul Sistema Moda dell’Area Studi Mediobanca, che aggrega i dati finanziari di 70 multinazionali della moda (quasi la metà con sede in Europa) e delle 134 aziende italiane del settore con oltre 100 milioni di fatturato.

La corsa di Stati Uniti e Cina. L’Europa soffre per la mancanza di turismo

Nei primi nove mesi del 2021 Asia e Nord America hanno segnato il recupero più ingente sull’annus horribilis 2020, più lenta (e di oltre dieci punti percentuali inferiore) la ripresa in Europa: «A fare la differenza è stata soprattutto la mancanza di turisti, specie dalla Cina –spiega la curatrice del report Nadia Portioli –. Stati Uniti e Cina possono contare su mercati interni più ampi». Fra le grandi multinazionali europee, la prima nazionalità è quella italiana, con sette aziende (Prada, Calzedonia, Giorgio Armani, Moncler, Otb, Max Mara e Zegna) e per le 134 aziende italiane considerate nel report il 2021 dovrebbe chiudersi con un fatturato consolidato a +22%: il ritorno ai livelli pre Covid è previsto quest’anno, spinto dal tessile, che ha già superato il 2019 ed è la categoria dell’industria con la migliore redditività (6,9%). Cinquantanove aziende su 134 fanno capo a proprietà con sedi all’estero, hanno generato il 38,5% del fatturato aggregato e registrato anche gli andamenti migliori in termini di vendite: «I grandi gruppi francesi hanno la caratteristica di mantenere la produzione in Italia e di focalizzarsi sui marchi, con grandi capitali da investire – nota Portioli –. Quando investitori esteri, almeno quelli europei, vengono in Italia e si comportano bene, i risultati sono ottimi».

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La forza del made in Italy: eccellenza e specializzazione

Il patrimonio delle imprese italiane resta il loro savoir faire, quell’alta artigianalità che crea in certi casi anche il 95% dei prodotti di lusso, ma anche la solidità delle medie imprese, forti delle loro nicchie di eccellenza. La pandemia ha sottolineato inoltre i rischi di una forte dipendenza dai fornitori asiatici, in rapporto con il 61% delle aziende globali esaminate, con punte del 90% per il fast fashion: «Il reshoring non è ancora un fenomeno così esteso – spiega Portioli –. Per una nuova azienda è probabilmente più conveniente produrre in Europa, ma cambiare è ancora troppo costoso per chi ha canali consolidati con l’Asia».

Più concreto l’impegno per la sostenibilità. L’Italia sotto la media europea per le donne ai vertici

Il report esamina poi i livelli di sostenibilità raggiunti dall’industria: «Si sta iniziando ad agire concretamente – sottolinea l’analista –. Nel 2020 emissioni e consumi sono diminuiti anche per il lockdown produttivo, ma il cambio di passo è confermato dallo storico delle rilevazioni: si pubblicano più bilanci di sostenibilità e molto più ricchi di dati. Pandemia a parte, se confrontiamo la variazione delle emissioni a parità di fatturato, vediamo che il consumo d’acqua è sceso del 13% e c’è stato un boom per la quota di energia da fonti rinnovabili, dal 42,8% del 2018 al 57,6% nel 2020». Meno positiva la crescita della presenza delle donne nei ruoli apicali delle aziende: solo il 32,7% nei cda, con la quota più alta negli Stati Uniti (37,9%) rispetto all’Europa (32,5%) e con l’Italia purtroppo ferma al 27,5%.

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