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L’Italia può ripartire con fiducia nel futuro e volontà costruttiva

di Gianfranco Fabi

2' di lettura

Caro Fabi, appartengo alla generazione nata negli anni della seconda guerra mondiale e ho solo un vago ricordo personale degli anni in cui ha preso avvio la Repubblica e in cui l’Italia ha iniziato la ricostruzione, chiamata poi Miracolo economico. Ho fatto l’università attorno al ’68, ma lontano dai grandi centri dove si sviluppava la contestazione. Cosa è cambiato rispetto a quegli anni: perché l’Italia in questo nuovo secolo ha smesso di crescere e rischia di perdere il contatto con gli altri Paesi europei?
Antonio Giudiceandrea

Gentile Giudiceandrea,
la domanda è complessa, ma la risposta potrebbe essere semplice: è cambiato tutto. Negli anni del “miracolo” c’era quasi l’obbligo di avere fiducia nel futuro, c’era una sostanziale stabilità politica, c’era la volontà di aprirsi al mondo e di costruire un’Europa di pace, c’era uno Stato che non metteva i bastoni tra le ruote delle imprese e dell’iniziativa privata, c’era un sistema fiscale leggero. E tante altre cose.
Gli effetti di queste realtà sono stati molteplici. Possiamo citare il fatto che gli anni 60 sono stati caratterizzati dal baby boom: le nascite erano in media il doppio delle attuali, superando ogni anno quota 900mila mentre l’anno scorso si è scesi sotto quota mezzo milione. E ora quella generazione sta andando, giustamente, in pensione. Fino agli anni 90 la popolazione italiana ha continuato a crescere, anche al netto dell’immigrazione. Poi il saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti, è diventato negativo tra le 20 e le 40mila unità ogni anno. Lo scorso anno si è impennato ben oltre le 100mila unità. Nel 2035, secondo le proiezioni dell’Istat, si dovrebbe raggiungere quota 300mila: questo vuol dire che, sempre al netto dell’immigrazione, l’Italia perderà ogni anno una popolazione pari a quella di Bari. Ma al di là dei dati demografici possiamo ricordare un simbolo di quegli anni: l’Autostrada del Sole, un’opera di 775 chilometri che è stata realizzata in otto anni: la prima pietra era stata posta nel maggio del ’56 e l’inaugurazione dell’intero tracciato tra Milano e Napoli è avvenuta nell’ottobre del 1964, con il taglio del nastro dell’allora presidente del Consiglio Aldo Moro, con tre mesi di anticipo rispetto al previsto. Quasi cento chilometri all’anno per un tracciato che comprendeva anche tratti di montagna, come il superamento dell’Appennino tra Bologna e Firenze, con la realizzazione di opere di alta ingegneria. Nei decenni successivi sono state realizzate anche le linee ferroviarie ad alta velocità: ma in questo caso i lavori sono stati molti più complessi ed hanno richiesto un tempo quattro volte maggiore. L’Italia di oggi (e soprattutto quella di domani) è un’Italia più vecchia, un’Italia in cui l’effetto congiunto di politica e burocrazia rendono sempre meno efficace la spesa pubblica, un’Italia in cui la protesta pare l’unico valore condiviso. Il miracolo economico non potrà certo tornare; ma forse basterebbe avere un po’ più di fiducia nel futuro e una buona dose di volontà costruttiva.
gianfranco.fabi@ilsole24ore.com

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