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L’Italia ratifica Faro: il patrimonio culturale è diritto umano

Con il sì della Camera la Convenzione pone l’obiettivo di accrescere la consapevolezza del potenziale economico del patrimonio culturale e di utilizzarlo

di Giuditta Giardini

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Vista di Assisi (copyright Roberto Ferrari)

Con il sì della Camera la Convenzione pone l’obiettivo di accrescere la consapevolezza del potenziale economico del patrimonio culturale e di utilizzarlo


4' di lettura

A un anno dal sì in Senato, la Camera ha approvato definitivamente il testo della Convenzione quadro del Consiglio d'Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, detta “Convenzione di Faro”, lo strumento prende il nome dalla città portoghese in cui venne adottata dalla conferenza diplomatica il 27 ottobre del 2005. L'Aula di Montecitorio ha approvato il provvedimento con 237 voti favorevoli, 119 contrari e 57 astenuti. Sulle barricate la Lega e Fratelli d'Italia. Il ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo , Dario Franceschini, ha definito la ratifica della Convenzione di Faro: “un momento fondamentale per il nostro ordinamento che riconosce, finalmente, il patrimonio culturale come fattore cruciale per la crescita sostenibile, lo sviluppo umano e la qualità della vita e introduce il diritto al patrimonio culturale”.

Il concetto di “patrimonio culturale”
La Convenzione di Faro definisce il concetto di “patrimonio culturale” come “insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione”. Comprendente “tutti gli aspetti dell'ambiente che sono il risultato dell'interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi”, corollario del patrimonio culturale è l'idea di una “comunità di patrimonio” costituita da “un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell'eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un'azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future” (Articolo 2). Già dal 2005, la Convenzione aveva riconosciuto il patrimonio comune dell'Europa, in tutte le sue forme: come memorie, comprensione, identità, coesione e creatività, ma anche ideali, principi e valori, “derivati dall'esperienza ottenuta grazie al progresso … conflitti passati, che promuovono lo sviluppo di una società pacifica e stabile, fondata sul rispetto per i diritti dell'uomo, la democrazia e lo Stato di diritto”.

Accesso alla cultura
Gli obiettivi della Convenzione sono elencati all'articolo 1, tra questi il principale è il riconoscimento del diritto all'accesso e godimento del patrimonio culturale come inerente al diritto di partecipare alla vita culturale, che è da intendersi come un diritto umano riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo. L’identità culturale di cui parla il testo del trattato deve intendersi come l'insieme del patrimonio culturale condiviso che è “responsabilità comune” da tutelare e conservare e di cui lo Stato deve garantire un uso sostenibile. La Convenzione chiede che sia riconosciuto il carattere identitario dell'eredità culturale anche “nella costruzione di una società pacifica e democratica, nei processi di sviluppo sostenibile e nella promozione della diversità culturale”. Con la ratifica, l'Italia si impegna a creare una sinergia tra gli attori pubblici, istituzionali e privati per raggiungere gli obiettivi pattizi.

Diversità e dialogo
Non soltanto preservazione della propria identità culturale, la Convenzione richiede il rispetto dell'identità culturale altrui e quindi di quella europea che alle altre è “conseguente”. A mezzo dell'articolo 7, gli Stati si impegnano a far sì che le autorità pubbliche ed altri enti competenti siano portati e portino i cittadini a riflettere su soluzioni etiche, metodi di presentazione dell'eredità culturale e rispetto per la diversità delle interpretazioni. L'educazione ha un ruolo chiave nella comprensione del patrimonio culturale altrui, solo lo studio approfondito del diverso apre alla conciliazione, alla comprensione reciproca, in un'ottica di risoluzione e di prevenzione dei conflitti.

Rispetto dell'ambiente culturale
Il ministro Franceschini ha definito il testo del trattato “un testo lungimirante che amplia le modalità di tutela e valorizzazione, così come è lungimirante la nostra Costituzione, unica al mondo a individuare la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale tra i principi fondamentali”. Ed infatti, il trattato tutela l'ambiente culturale e chiede che i processi di sviluppo economico, politico, sociale e culturale e di pianificazione dell'uso del territorio vengano arricchiti ricorrendo “a valutazioni di impatto sull'eredità culturale e adottando strategie di mitigazione dei danni” e alla “promozione di un approccio integrato alle politiche che riguardano la diversità culturale, biologica, geologica e paesaggistica al fine di ottenere un equilibrio fra questi elementi”. La Convenzione è aperta alle novità, sotto forma di cambiamenti contemporanei, a patto che questi non mettano a rischio i valori culturali stabiliti. L'Italia con la ratifica si impegna a promuovere “l'uso dei materiali, delle tecniche e delle professionalità basati sulla tradizione, ed esplorarne il potenziale per le applicazioni contemporanee” e anche interventi di alta qualità tramite bandi di gara che permettano di selezionare i migliori professionisti, imprese e istituzioni (Articolo 9).

Compiti a casa per l'Italia
L'articolo 10 apre questioni importanti per il nostro paese. Infatti, la Faro chiede agli Stati uno sforzo per “accrescere la consapevolezza del potenziale economico del patrimonio culturale e utilizzarlo”. Questo articolo sembra riaprire l'annosa questione anche nota come “la dottrina del petrolio” del democristiano Mario Pedini, ossia l'idea che il petrolio dell'Italia siano i nostri beni culturali”, (dottrina ricontestualizzata e condivisa dal professore Tomaso Montanari e il ministro Franceschini, mentre il professore Salvatore Settis storce il naso). È richiesta anche una pianificazione delle politiche economiche che tenga conto del carattere specifico e degli interessi del patrimonio culturale nel rispetto della sua integrità; un modello di gestione dell'eredità culturale che coinvolga istituzioni pubbliche di tutti settori e livelli, NGO (non-governmental organization) e iniziative volontarie; lo sviluppo di una metodologia innovativa che permetta la cooperazione tra pubblico e privato per la gestione del patrimonio condiviso; la promozione di azioni inclusive per un accesso democratico alla fruizione del patrimonio culturale mediante il coinvolgimento di “giovani e persone svantaggiate”; una maggiore diffusione del valore dalla cultura tramite l'insegnamento (a tutti i livelli) e la comunicazione (soprattutto digitale).

Parola d'ordine: cooperazione internazionale
Con la ratifica parte il monitoraggio da parte di un comitato apposito nominato dal Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa sulla legislazione, le politiche e le pratiche riguardanti il patrimonio culturale attuate in Italia, che devono mantenersi coerenti con i principi stabiliti dalla presente Convenzione. Gli stati contraenti, 20 in totale, sono chiamati a promuovere attività multilaterali e transfrontaliere, e sviluppare reti per la cooperazione regionale al fine di attuare le strategie prospettate.

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