lavoro

L’Italia si mette in proprio: il 65% dei lavoratori pensa alla libera professione

di Francesco Prisco


(Alessandro Serrano' / AGF)

2' di lettura

«Quasi quasi mi metto in proprio». Sarà la crisi che ha ridotto le chance di trovare un impiego tradizionale da un capo all’altro del Paese o forse l’intraprendenza dei nativi digitali, fatto sta che il 65% dei lavoratori italiani prende seriamente in considerazione questa possibilità.
Lo rivela Adp, multinazionale leader nelle soluzioni di human capital management che ha sondato sul tema della cosiddetta «gig economy» (ossia il lavoro «on demand», quello libero professionale o autonomo) 10mila lavoratori in giro per l’Europa.

Ne esce fuori che gli oltre due terzi del campione (68%) dei dipendenti europei sarebbero disposti a prendere in considerazione questa possibilità, mentre più di un quarto (26%) starebbe attivamente progettando di intraprendere tale strada. In Italia la percentuale di addetti disposta a prendere in considerazione la chance si attesta a quota 65. Nella fascia dai 14 ai 24 anni l’adesione sale all’85,7%, percentuale che scende al 76,4 tra i 25 e 34 anni. Nella fascia 35-44 anni siamo al 72%, in quella 45-54 al 65% mentre sopra i 55 ci si attesta attorno al 49,5 per cento. Se poi ci concentriamo su chi attivamente sta abbracciando questa possibilità, il dato italiano oscilla intorno al 27,3%, con spinta maggiore tra i 16 e i 24 anni (47%), segmento seguito dalla fascia d’età 25-34 (35,4%), mentre minore entusiasmo lo si registra tra i 45 e i 54 anni (16,8%), nonché tra gli over 55 (14,4%). Molte persone stanno abbracciando la gig economy più per necessità che per scelta.

Ciò potrebbe essere un’indicazione allarmante della mancanza di contratti di lavoro migliori. Dal momento che la percentuale di lavoratori stipendiati a tempo pieno e con il cosiddetto «posto fisso» sta diminuendo, le persone che si trovano a dover affrontare questo nuovo scenario occupazionale possono sentirsi spinti a creare il proprio lavoro, in modo da compensare questo gap del lavoro tradizionale. Chi sta prendendo in considerazione questa strada «deve però considerare – sottolinea Nicola Uva, Strategy and marketing director di Adp Italia - il fatto che ci sono molti meno vantaggi associati a questo tipo di lavoro rispetto spesso a quelli che può dare il posto “fisso”. In primis sicurezza, Tfr, tutele giuridiche in generale. Ma certo è che il futuro del lavoro sta andando verso la flessibilità: di orari, di luoghi, di rapporti». In Italia e nel mondo.

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