Asia e Oceania

L’Italia supera la Francia nell’export in Giappone

di Stefano Carrer


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(Bloomberg)

3' di lettura

«Quando riusciamo a battere la Francia, ci fa sempre molto piacere». Con un largo sorriso, il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci - alla recente Assemblea generale dell’Italy-Japan Business Group a Napoli - per sottolineare il buon andamento del nostro export verso il Giappone ha rilevato che quest’anno abbiamo superato i cugini d’oltralpe. Con un balzo intorno al 20% nel primo semestre, poi rallentato in estate, secondo le dogane giapponesi abbiamo raggiunto nei primi nove mesi 961 miliardi di yen (circa 7,5 miliardi di euro), realizzando un forte surplus commerciale. Sul 30° compleanno del Forum annuale degli imprenditori dei due Paesi aleggiava il senso di un cambiamento storico: tutti i relatori hanno enfatizzato che l’Economic Partnership Agreement tra Ue e Sol levante - ormai giunto al Parlamento di Strasburgo per le procedure di ratifica - rappresenti una grande opportunità per rafforzare le relazioni economiche bilaterali. Non solo sul fronte commerciale, ma anche su quello degli investimenti, nel quadro di una riduzione delle barriere non tariffarie e di una semplificazione e armonizzazione di procedure e standard.

Nessuno avrebbe immaginato, alla prima Assemblea dell’Ijbg il 24 ottobre 1989, che nei confronti del Giappone l’Italia avrebbe conseguito un export doppio rispetto all’import: erano i tempi di «Japan as Number One». Fu Umberto Agnelli a promuovere il forum di dialogo permanente con la Corporate Japan, quando la Fiat era in prima fila nell’azione di lobbying per prorogare il più possibile le quote numeriche all’import di autoveicoli made in Japan. Oggi tutti hanno salutato con favore il patto di libero scambio che prevede in futuro dazi zero sull’auto nipponica. «L’accordo è un segnale al mondo intero secondo cui le liberalizzazioni non devono fermarsi e le tentazioni protezionistiche vanno combattute», ha sottolineato il nuovo co-presidente dell’Ijbg, Tamotsu Saito, che a margine della conferenza ha confermato il persistente interesse di Ihi (di cui è chairman) per un investimento in Astaldi.

Il recente annuncio dell’acquisizione da 6,2 miliardi di euro di Magneti Marelli da parte di Calsonic Kansei e la notizia di ieri secondo cui Hitachi salirà al controllo totale di Ansaldo Sts ha rifocalizzato l’attenzione sul fatto che dall’Asia non sono solo i cinesi a fare investimenti diretti. C’è anche un lungo elenco di acquisizioni giapponesi, per lo più nel settore industriale ma anche sul fronte dei consumi: dai “Pendolini” di AnsaldoBreda alla birra Peroni, la presenza nipponica in Italia è diventata diffusa. Se il fatto che Calsonic Kansei sia controllata dall’anno scorso dal fondo americano di private equity Kkr desta qualche timore di future ristrutturazioni, nel complesso i “padroni” giapponesi si sono dimostrati un elemento positivo per il sistema economico italiano. «Siamo vero Made in Italy: la proprietà ne ha sempre riconosciuto il valore - afferma Andrea Boragno, Ceo di Alcantara, società che da 23 anni è di proprietà nipponica (Toray e, come socio minoritario, Mitsui) - Non a caso è in corso un quasi raddoppio della capacità produttiva in Umbria, con un investimento da 300 milioni per venire incontro alla forza della domanda. Una dimostrazione di fiducia nel nostro Paese e nel management italiano».

In anni più recenti, c’è chi ha costruito sulle acquisizioni in Italia piattaforme di business su scala mondiale: è il caso della Nidec. Se l’acquirente ha a volte incontrato problemi inattesi, non è stato per gli italiani: Hitachi, ad esempio, ci ha messo tre anni per rassegnarsi a un accordo per liquidare il socio di minoranza in Ansaldo Sts. Difficile, comunque che dal Giappone vengano gli investimenti “greenfield” che Geraci desidererebbe: semmai, a parte l’M&A, potrebbero esser valorizzate attività congiunte nella ricerca. In direzione opposta, segno dei tempi nuovi è l’ingresso in business regolati da parte di aziende italiane. Solo poco tempo fa sarebbe stato impensabile che una Pmi pugliese, Mermec, fornisse sistemi per la sicurezza dell’alta velocità ferroviaria a Tokyo. Mentre Infrastrutture Spa intende moltiplicare i suoi investimenti nelle energie alternative in Giappone, sono tornate le acquisizioni italiane, da anni ferme a quelle di società che - come De Nora e Eurotech - hanno visto nella conquista di aziende nipponiche un tassello fondamentale delle loro strategie di internazionalizzazione. In primavera Luxottica ha rilevato il 67% di Fukui Megane, gioiello del declinante distretto dell’occhialeria di Sabae, specializzata in montature in materiali avanzati e preziosi, dal titanio all’oro. In questo caso, è un leader mondiale italiano che entra nel mondo della produzione giapponese per rilanciarlo, attraverso l’unione dell’eccellenza delle due migliori scuole artigianali del settore.

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