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L’Italia del tessile cresce, leader in creatività e innovazione. Ma frenata da tensioni politiche e costi energetici

di Silvia Pieraccini

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4' di lettura

Sul piano della creatività e della ricerca di nuovi mix e di nuove nuances, le aziende italiane dei filati restano imbattibili, come si è visto al salone fiorentino Pitti Filati numero 84, principale appuntamento mondiale del settore (fino a venerdì 25 alla Fortezza da Basso con 119 marchi di cui 21 esteri che espongono le collezioni di filati per maglieria per la primavera-estate 2020). Imbattibili lo sono anche sul fronte della sostenibilità e delle certificazioni ambientali, ormai richieste da tutti i brand della maglieria.

Pitti Filati 84

Il dilemma è capire se queste armi - creatività, ricerca e sostenibilità – basteranno ad affrontare un anno che non s’annuncia una passeggiata, perché Paesi strategici come la Germania e la Cina stanno rallentando, perché i consumatori cambiano rapidamente, perché il settore moda vede più nero di qualche mese fa. Un anno che segue un 2018 formalmente in crescita per l'industria italiana dei filati - +2,7% il fatturato arrivato sopra 2,9 miliardi secondo le stime di Confindustria Moda, grazie soprattutto all'export (+3,6%) trainato dai filati di lana e di lino – ma che nella sostanza è stato “drogato” dai rincari delle materie prime che hanno costretto ad aumentare i listini. Per molti operatori, dunque, la crescita di fatturato non è andata a braccetto con aumenti produttivi.

Le performance migliori arrivano dalle aziende più grandi. «Il 2018 è stato un anno di buona crescita – dice Paolo Todisco, amministratore delegato della biellese Zegna Baruffa Lane Borgosesia, specializzata nei filati di lana, 760 dipendenti – che si è chiuso con un fatturato di 113,7 milioni, in aumento del 12,5% rispetto all'esercizio precedente». Il rincaro delle materie prime ha influito, ma fino a un certo punto.

Il filato Meridian Ultrafine Lurex di Zegna Baruffe Lane Borgosesia

«Abbiamo accresciuto le quantità lavorate del 7,1%, un balzo che da tempo non si vedeva - aggiunge Todisco - per un venduto complessivo di oltre 3.400 tonnellate grazie al traino dell'export, in particolare Giappone e Usa: ora la quota export sul fatturato supera il 56% in valore ed il 59% in quantità». Il margine operativo lordo (ebitda) del 2018 dovrebbe attestarsi sopra il 5%. Per quest’anno le previsioni non sono facili da fare: «Non vediamo una fuga di clienti – conclude Todisco - ma bisognerà capire se le tensioni emerse a livello globale spingeranno a comprare meno». L’attenzione, in ogni caso, è indirizzata su lane performanti, elasticizzati, teflonati adatti allo streetwear di lusso e al fashion sportivo.

Guarda solo alla fascia alta del mercato la marchigiana Cariaggi che si lascia alle spalle un 2018 «molto positivo»: il fatturato è cresciuto del 17% arrivando a 101 milioni di euro, con un ebitda che si attesterà sul 10-11%, mentre i volumi hanno segnato +14%. «È stato un anno trainato dal cashmere e dai filati di prezzo più alto – spiegano il presidente e amministratore delegato Piergiorgio Cariaggi e la figlia Cristiana mostrando fili dai sorprendenti giochi di luce – che ha segnato la ripresa di tutti i mercati: gli Stati Uniti +15%, la Francia +53%, la Cina +45%. Il segreto è essere propositivi nel prodotto facendo ricerca e investendo in tecnologia».

Un filato in lina e seta di Cariaggi

Per quest’anno il budget prevede una crescita del 5%, in attesa che Cariaggi – oggi 50% della famiglia omonima e 50% della famiglia umbra Caprai - risolva l’antica querelle sulla proprietà aziendale.

Alessandro Bastagli di Lineapiù

Archivia un anno di consolidamento la pratese Lineapiù, leader nei filati fantasia, che chiude il 2018 a 43 milioni di fatturato con una produzione maggiore dell'anno precedente: «Segno che il prezzo medio dei prodotti venduti si è abbassato – dice il patron Alessandro Bastagli, spiegando che sono mancati gli ordini estivi – ora si tratta di capire dove va il mercato». Lineapiù continua a stimolarlo con innovazioni come il filato che contiene carta tessile, frutto di un accordo con l'azienda giapponese Washi. Il 2018 è stato un anno in linea col precedente anche per la pratese Pecci Filati, che ha chiuso a 23 milioni di euro “tradita” dalle flessioni di Italia e Usa.

Pitti Filati 84

Prospettive di ulteriore recupero, invece, per il vicino L anificio dell’Olivo, leader nell’alpaca, una delle aziende di filati passate a un fondo (in questo caso il private equity Gradiente), che nel 2018 è tornato a crescere segnando +15% a 20 milioni di euro, per il 66% all'estero. «Quest'anno vogliamo continuare a crescere – dice il direttore generale Fabio Campana – e abbiamo fatto un budget a 21 milioni. L'Europa resta strategica, anche se vogliamo accelerare nel Regno Unito; il Far East va bene, gli Usa anche».

Il neo per l’industria dei filati è ora quello energetico: «Il nostro principale problema rimane quello dei costi – spiega Raffaella Pinori, coordinatrice dei produttori di filati in Confindustria Toscana nord (Prato, Pistoia, Lucca) - fatturiamo ma i margini non sono quelli che sarebbe legittimo aspettarsi. Per avere risultati economici veramente buoni dovremmo operare in un contesto diverso almeno per quanto riguarda i costi energetici».

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