SCUOLA

L’Italia «trascura» le lauree degli immigrati

di Micaela Cappellini


(SintesiVisiva)

4' di lettura

Nei parchi di Milano le poche mamme rimaste in città scuotono la testa sconsolate, pensando che a settembre i loro figli rientreranno a scuola con 4mila cattedre di matematica vacanti in tutto il Paese. Eppure, sedute accanto a loro, ci sono baby-sitter indiane che di lavoro badano ai figli degli altri, ma in tasca hanno una laurea in matematica.

È tutto racchiuso in questa scena di quartiere il cortocircuito che impedisce all’Italia di affrontare in maniera condivisa e costruttiva il tema dell’immigrazione. Ci si concentra su chi richiede asilo, poco più di 123mila nel 2016, e non sugli oltre 5 milioni di stranieri con regolare permesso di soggiorno. Ci si lamenta che il nostro Paese non sa attrarre immigrazione qualificata, e poi si mettono gran parte degli immigrati, indistintamente, a badare agli anziani, a curare i bambini, a fare le pulizie o a raccogliere frutta nei campi. Anche se sono laureati in matematica, in medicina o in ingegneria.

L’ultimo, molto ben documentato, rapporto dell’Ocse sui fenomeni migratori nel mondo, l’International Migration Outlook 2017, mette nero su bianco il paradosso dell’Italia: fra tutti i Paesi europei - anzi, per la verità, fra tutti i Paesi Ocse, Stati Uniti compresi - siamo quello con la differenza più marcata tra immigrati sovraqualificati e italiani sovraqualificati. Che cosa significa? Significa che da noi si contano troppi stranieri che fanno un lavoro modesto, assolutamente al di sotto di quello cui potrebbero aspirare con il titolo di studio raggiunto nel loro Paese d’origine. Insomma, in Italia ci sono troppe baby-sitter che potrebbero fare le professoresse di matematica. E se, come ha ricordato recentemente il presidente dell’Inps, Tito Boeri, gli immigrati garantiscono già un pilastro da 8 miliardi all’anno alle nostre pensioni, allora possono anche aiutarci a riempire quei posti di lavoro qualificati che non si riescono più a reperire.

Eurostat non mente quando certifica che in Europa l’Italia è il Paese con la percentuale più bassa di residenti stranieri in possesso di una laurea o almeno di un diploma di scuola superiore: il 47% dei residenti nati all’estero ha solo il titolo di terza media contro il 32% della Germania o il 35% della Francia. Ma prima ancora di varare politiche per attrarre un’immigrazione più qualificata, forse sarebbe più utile elaborare una strategia per utilizzare al meglio quello che in casa abbiamo già: gli immigrati regolari sovraqualificati. Così come in Grecia e in Spagna, infatti, da noi il 40% dei nati all’estero è impiegato in mansioni di routine, dal lavapavimenti alla badante, dal cameriere al muratore.

Il rapporto dell’Ocse è un prontuario di esempi di quel che viene fatto nel resto d’Europa. Un intero capitolo è dedicato alle best practice, in cui l’Italia - va detto - non è quasi mai citata. E la maggior parte dei Paesi utilizza lo stesso approccio: il primo passo per aprire agli immigrati il mondo del lavoro qualificato è quello di riconoscerne rapidamente il titolo di studio. È l’uovo di Colombo.

La Svezia, per esempio, ha potenziato i fondi destinati al Consiglio per l’istruzione superiore, l’agenzia pubblica adibita al riconoscimento dei titoli di studio degli stranieri. Il denaro in più è stato stanziato per creare percorsi di adeguamento rapido là dove è necessario integrare le lacune nel percorso di studi del candidato, in modo che abbia una preparazione analoga a quella che si ottiene in Svezia e diventi così spendibile sul mercato del lavoro locale. Il programma riguarda i laureati stranieri in diritto, medicina, odontoiatria, gli insegnanti e - da quest’anno - anche i farmacisti. L’impegno di Stoccolma non è di poco conto: il governo ha approvato 2,7 milioni di euro per il 2016, 7,8 milioni per quest’anno, quindi 22,9 per il 2018 e 35,4 milioni per il 2019, a crescere con l’aumentare dei flussi migratori.

Polonia e Lituania, invece, hanno concluso con la Cina accordi di mutuo riconoscimento dei titoli di studio universitari. Varsavia, per la verità, non senza un pizzico di schizofrenia: con una mano ha aperto a Pechino e con l’altra ha alzato l’asticella dei requisiti linguistici per rendere valida anche in Polonia una laurea in Medicina presa in altre parti del mondo.

In Olanda, dall’anno scorso, al programma per l’integrazione degli immigrati nella società è stata aggiunta anche una speciale procedura, completamente gratuita, per il riconoscimento del titolo di studio ottenuto all’estero. E possono richiederla tutti.

In Austria, da luglio del 2016, è in vigore la legge per il riconoscimento delle qualifiche ottenute all’estero: prevede procedure accelerate rispetto al passato per qualsiasi titolo di studio, dal diploma di scuola superiore fino ai titoli post-laurea.

In nessuno di questi Paesi è stato necessario stravolgere il sistema, si è trattato di interventi non eclatanti: per il programma di riconoscimento titoli 2017 la Svezia spenderà meno di quanto il governo italiano ha riconosciuto ai Comuni della Puglia per i danni subiti con le nevicate dello scorso gennaio. Ma questi pochi milioni, in Svezia, hanno l’innegabile pregio di beneficiare contemporaneamente due mondi: il gruppo sociale dei lavoratori immigrati e la società del Paese che li ospita.

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