La vittoria Lega-M5S un anno dopo

il governo e l’europa

L’Italia vista da Bruxelles un anno dopo il 4 marzo: imprevedibile e isolata, più vicina ai Paesi dell’Est

dal nostro corrispondente Beda Romano


4 marzo 2019, un anno dalle elezioni politiche

4' di lettura

BRUXELLES – Per decenni l'Italia è stato un partner prevedibile, magari afflitto da debolezze endemiche, ma le cui scelte in Europa erano intuibili e si iscrivevano nell'ottica di una maggiore integrazione. Oggi non è più così. A un anno dalle ultime elezioni legislative italiane, il paese è diventato a Bruxelles un fattore di incertezza, tra dichiarazioni tonitruanti e impegni combattivi, e a fronte di una paradossale assenza nei consessi comunitari dei ministri Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Il primo non ha partecipato a nessuna riunione ministeriale; il secondo ad appena due su dieci.

La maggioranza è giunta al potere con una evidente linea euroscettica. La Lega ha evocato per un attimo l'uscita del paese dalla zona euro, mentre il Movimento Cinque Stelle pur non manifestando palese euroscetticismo è estremamente critico delle politiche comunitarie. In una ottica bruxellese, il primo partito rassomiglia al Rassemblement National francese; il secondo ricorda il movimento greco di Syriza. In un recente rapporto, lo European Council on Foreign Relations ha parlato di «un rifacimento radicale» della scena politica italiana.

In questi mesi, il governo Conte si è voluto assertivo su molti fronti. Due in particolare hanno lasciato il segno. Ha chiuso i porti italiani all'arrivo di migranti, pur di imporre un ricollocamento dei profughi in giro per l'Europa. E ha tentato la strada dell'indebitamento pubblico, anche se è stato costretto a fare parziale marcia indietro, su pressione dei mercati finanziari e dei partner europei. Non sono mancati poi cambi di fronte su altri temi: sorprendenti, ma meno controversi.

Il risultato è che il governo italiano si è isolato rispetto agli altri paesi fondatori e in generale rispetto agli stati membri dell'Europa occidentale, avvicinandosi su molti temi ai paesi dell'Est Europa (dove in alcuni casi lo stato di diritto è in dubbio). Sostiene Mario Telò, membro dell'Académie Royale des Sciences a Bruxelles e professore alla LUISS di Roma: «A Bruxelles, la tradizionale simpatia per l'Italia lascia il posto a nuove divisioni». Il professor Telò fa una differenza tra gli studiosi da un lato e i diplomatici dall'altro.

«Nel mondo accademico – prosegue lo studioso - gli apocalittici temono persino che il sovranismo di destra possa riportare l'Europa agli anni 20 o 30. Altri, di cui faccio parte, sono invece convinti che le istituzioni comunitarie, i sistemi interni di pesi e contrappesi, col tempo riescano ad integrare le forze centrifughe. Così è successo nella storia con il PCI, il generale Charles de Gaulle, Silvio Berlusconi, e anche con Alexis Tsipras. Le istituzioni resistono e cambiano gli atteggiamenti degli attori nazionali».

Tra i diplomatici dei paesi fondatori lo sconforto si tocca con mano: «Il paese – spiega un funzionario con alle spalle una lunga carriera a Bruxelles - non è più riconoscibile. Nel lavoro quotidiano non posso dire che il paese sia destabilizzante. Certo le inversioni di marcia su alcuni temi – il paese si è opposto su due testi legislativi per regolare il controllo degli investimenti provenienti da paesi terzi e il diritto d'autore nell'era digitale, ndr – sono state molto chiare, e più nette che in passato in occasione di un cambio di governo. Ciò che preoccupa soprattutto sono le prese di posizione euroscettiche di alcuni governanti».

Proprio nei giorni scorsi, il presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati a Roma, il leghista Claudio Borghi, ha spiegato: «Se a seguito delle elezioni europee ci saranno i soliti mandarini guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscire» dall'Unione. Sostiene ancora Mario Telò: «Nelle istituzioni è chiaramente maggiore la preoccupazione, mista a cinismo. Si constata che le scelte recenti stanno isolando l'Italia nel Consiglio. E quando la fiducia si logora, la situazione rischia di durare a lungo». Lo studioso mette l'accento su tre esempi: la riforma della zona euro, la politica estera, la crisi migratoria.

«La diffidenza del governo verso un rafforzamento del governo europeo ha frenato l'iniziativa di Germania e Francia per rafforzare l'unione monetaria: è mancato il contrappeso di Roma rispetto alla chiusura dei paesi del Nord Europa, guidati dall'Olanda (...) Le oscillazioni, in particolare su Venezuela e Russia, le tensioni con Francia e Germania inducono i partner a interrogarsi su quale sia la politica estera italiana. Infine vi è la questione migratoria: la grande solidarietà, almeno verbale, tra il 2016 e il 2017, per l'emergenza migratoria è oggi relativizzata poiché l'allarme drammatizzato dal governo oggi ai partner europei non appare giustificato».

Proprio la politica estera induce a rivedere in parte analisi troppo perentorie. Il governo Conte è arrivato al potere promettendo che si sarebbe opposto con il veto al rinnovo delle sanzioni contro la Russia dopo l'annessione della Crimea. Da allora le misure sono state rinnovate per due volte. Lo stesso esecutivo ha fatto la voce grossa contro il riconoscimento dell'autorità di Juan Guaidó in Venezuela, criticando i suoi principali partner che avevano scelto altrimenti, per poi ottenere di partecipare a un Gruppo di Contatto che deve aiutare l'autodeterminazione nel paese. Nel frattempo, gli obiettivi di deficit per il 2019 sono stati rivisti al ribasso così come le stime di crescita. Le parole reboanti con cui fu presentata la Finanziaria sono state sostituite da atteggiamenti più sommessi, sulla scia delle reazioni nefaste dei mercati.

Alcuni osservatori sostengono che gli attuali dirigenti politici si vogliono assertivi, ma appaiono poco preparati per affrontare di petto tutte le conseguenze dell'isolamento. Notano tra le altre cose che, da quando è al potere il governo Conte, il ministro degli Interni Salvini e il ministro dello Sviluppo economico Di Maio hanno spesso, se non sempre, disertato le riunioni ministeriali. Più in generale, le scelte del governo appaiono ai più contradittorie e paradossali rispetto ai veri interessi del paese, come ha dimostrato il dibattito sul bilancio di quest'anno e lo stesso esito della discussione.

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