al maxxi di roma

Architettura e non solo: l’italiano Gio Ponti, poliedrico, attuale e leggero

A quarant’anni dalla scomparsa, il Maxxi dedica al Maestro una vasta retrospettiva per indagare la sua attività di creativo, a partire dall’architettura

di Fulvio Irace

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L’interno della Casa in via Dezza a Milano dove visse Gio Ponti

A quarant’anni dalla scomparsa, il Maxxi dedica al Maestro una vasta retrospettiva per indagare la sua attività di creativo, a partire dall’architettura


4' di lettura

Il 16 settembre 1979 moriva a Milano Gio Ponti, l’architetto italiano che più di ogni altro aveva contribuito alla fama della creatività italiana nel mondo. A quarant’anni dalla scomparsa, il MAXXI di Roma gli dedica una grande retrospettiva che ne studia e comunica la poliedrica attività, a partire proprio dal racconto della sua architettura.

Fortemente voluta da Margherita Guccione, la mostra è il risultato di una forte sinergia tra istituzioni pubbliche e private che hanno avuto il merito di preservarne la molteplice eredità: lo Csac di Parma e i Gio Ponti Archives di Milano, da cui proviene la maggior parte delle opere (disegni, dipinti, modelli, fotografie e oggetti) esposte nella galleria 5, la coda terminale del lungo nastro espositivo progettato da Zaha Hadid.

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Un’eredità che, nonostante il grande favore che sta incontrando in questi anni la figura del maestro milanese (celebrato lo scorso anno al Mad di Parigi ) non si può dire al sicuro, visto che proprio nella sua città due suoi lavori – i complessi delle ex Assicurazioni Ras e Savoia - sono minacciati da impropri lavori di trasformazione. D’altra parte, scopo della mostra romana è esattamente quello di proporre una lettura di Ponti che tenga conto degli umori della nostra sensibilità: di scommettere in altri termini sulla sua attualità, non solo di tributargli un doveroso omaggio storiografico.

Qual è dunque l’attualità della figura di Ponti? Innanzitutto la sua caparbia ostinazione a non guardarsi indietro e ad accogliere con ottimismo i mutevoli orizzonti della modernità: in Ponti vi è comprensione del passato («Amate l’architettura – scriveva - l’antica e la moderna»), mai però nostalgia. Raccogliere la sfida e rilanciare la posta faceva parte della sua visione di “italianità”: «amare l’architettura - diceva -è amare il proprio Paese». Mentre di se stesso accreditava il ritratto di «un uomo ilare, senza ozi, che scrive, disegna, costruisce, viaggia: che ama vivere».

Secondo motivo della vitalità della sua architettura oggi , è l’esaltazione della “leggerezza” come riflesso di una civiltà di “costumi semplificati”, perché, sosteneva, la storia dell’umanità ci insegna che «si va dal pesante al leggero». La leggerezza dunque non è uno stile, ma la predisposizione del progetto a inserirsi con levità nel mondo, con una grazia priva di muscoli ma mossa da tensioni. La nuova Cattedrale di Taranto è una macchina festosa di trafori di cemento, che la consapevolezza del suo ruolo spirituale trasforma in un potente landmark nel caos della periferia che dilagava a macchia d’olio negli anni ’70.

Un terzo motivo ci accompagna in questa rilettura della sua opera: il rapporto con la natura. Anticipando ogni discorso sulla sostenibilità(nelle sue opere “tropicali” non c’è un solo condizionatore d'aria) e sul verde urbano, Ponti già negli anni ’30 disegnò le sue “domus” milanesi con terrazze e balconi dotati di fioriere perché piante e fiori prendessero il sopravvento sulle facciate. Propose inoltre un’espansione di Milano nell’area di San Siro con l’idea di quartieri disposti come un «fiume verde» e nel complesso degli uffici Savoia, in estrema periferia, fece ruotare i corpi di fabbrica attorno a un giardino (il “bosco lombardo”)indicando la strada di un’edificazione che includesse il verde come elemento organico della città futura.

Accompagna la mostra un catalogo ricco di contributi di studiosi di ogni parte del mondo , che affrontano aspetti meno noti se non oscuri della sua straordinaria carriera di architetto globe trotter, con incarichi che vanno dall’America Latina (Brasile e Venezuela, soprattutto, dove ha lasciato a Caracas quell’assoluto capolavoro di villa Planchart) all’America del Nord (Il Denver Art Museum, Colorado), dall’Olanda (i magazzini deBijenkorf ad Eindhoven) alla Svezia (l’altro capolavoro dell’Istituto Italiano di Stoccolma) e a Montréal (con la sorprendente invenzione di torri modulari, purtroppo non eseguite), dall’Iran (villa Nemazee a Teheran) al Pakistan (il Palazzo dei Ministeri ad Islamabad) e ad Hong Kong (con la facciata dei grandi magazzini Shui-hing in Nathan Road).

Quali le ragioni di questo inaspettato ( e ineguagliato) successo? Cosa sembrava di Ponti così irresistibilmente umano e moderno da far desiderare un suo intervento in luoghi tanto diversi e lontani? E come gestiva un architetto con uno studio di modeste dimensioni l’estensione e la complessità di tali commesse, cui bisogna naturalmente aggiungere in Italia opere del calibro del palazzo Montecatini (un orologio ad alta precisione formale e tecnica), della torre Pirelli(il simbolo del miracolo italiano capace di far diventare tipico e nostrano il grattacielo americano), della Concattedrale di Taranto (la grande opera dell’età della saggezza, quando – diceva Moretti – tutto gli si palesava come ombra di luce)?

Sono le domande cui vari autori cercano di dare risposte, attingendo a inedite fonti documentarie che fanno chiarezza su fasi della sua carriera sinora rimaste nel vago. Un allestimento empatico alle teorie pontiane sull’architettura come un cristallo, scandisce queste domande in altrettanti temi: accanto alle opere più note, per la prima volta si potranno ammirare i modelli di studio che Ponti riteneva un marchio di fabbrica della sua factory, come gli stupefacenti studi per torri e grattacieli prefabbricati, che Leonardo Sonnoli ha voluto restituire all’onore della piena visibiità, assumendoli come il Leitmotiv grafico della mostra.

Gio Ponti. Amare l’architettura
Roma, Maxxi, dal 26 novembre 2019 al 16 aprile 2020
A cura di Maristella Casciato e Fulvio Irace. Catalogo Forma

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