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L’obbligo vaccinale parte in salita: 85mila i sanitari non vaccinati

A un mese dalla legge che obbliga il personale sanitario il 5% risulta ancora non immunizzato. Pesano burocrazia, possibili scappatoie e la difficoltà a trovare altre mansioni per chi rifiuta di vaccinarsi

di Marzio Bartoloni

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3' di lettura

L’obbligo di vaccinarsi per i sanitari di tutta Italia è scattato oltre un mese fa, quando è entrato in vigore il decreto Covid che lo ha introdotto già da inizio aprile. Ma, numeri alla mano - in base all’ultimo report sulle vaccinazioni pubblicato sul sito del Governo - ci sono ancora 85mila operatori che “resistono” e non si sono immunizzati, si tratta di quasi il 5% del totale del personale sanitario in Italia. Non proprio un bel segnale per la campagna vaccinale generale del resto degli italiani, che già comincia a dare qualche segnale di rallentamento perché più si scende con l’età e maggiori sono le resistenze a vaccinarsi.

Certo, non tutti gli 85mila operatori sanitari conteggiati sono probabilmente contrari a vaccinarsi e nelle prossime settimane il numero diminuirà sostanzialmente, ma il fenomeno appare molto più ampio del previsto e così si scopre che a pesare ci sono anche le difficoltà pratiche a far valere l’obbligo vaccinale perché la legge approvata prevede complicazioni, scappatoie, burocrazia ed è troppo “vaga” sulle possibilità di esclusione dall’obbligo, così come sulla platea di operatori coinvolti che non è proprio ben definita.

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Un iter burocratico articolato

Come sempre in Italia, con delle nuove regole parte anche il classico ufficio complicazioni: le norme prevedono l’invio entro 5 giorni dall’entrata in vigore della legge degli elenchi dei propri dipendenti da parte delle strutture sanitarie alle Regioni che a loro volta entro 10 giorni dovrebbero verificare l’assolvimento dell’obbligo e poi inviare alle Asl i nomi degli inadempienti. A questo punto le aziende sanitarie invitano le persone a fornire, entro 5 giorni dalla comunicazione, una documentazione che provi la vaccinazione effettuata o, in caso di differimento, la richiesta effettuata o i documenti necessari per l’impossibilità di effettuarla. Alla scadenza delle cinque giornate, se un riscontro non sarà stato prodotto, sarà l'Asl a «invitare formalmente l’interessato a sottoporsi alla vaccinazione, indicando modalità e termini entro i quali adempiere l’obbligo».

Dopo aver effettuato la vaccinazione, entro tre giorni bisognerà trasmettere i documenti di attestazione necessari. In caso contrario (cioè il rifiuto del vaccino) l’Asl trasmetterà la notizia dell’inosservanza all’interessato, al luogo di lavoro e all’Ordine professionale.

Le difficoltà di spostamento ad altre mansioni

Insomma, una gincana, a cui seguono anche altre complicazioni: la stessa legge prevede che il datore di lavoro, prima di procedere alla soluzione estrema della sospensione dal lavoro del sanitario che non si è vaccinato con tanto di stop allo stipendio, debba tentare, prima, di spostare l’operatore a un’altra mansione non a contatto con i pazienti. Una soluzione facile a dirsi ma davvero complicata a farsi perché in un ospedale, clinica o Rsa è davvero difficile trovare attività che non prevedano contatto con i pazienti. Il timore poi è quello di doversi trovare ad affrontare dei contenziosi legali.

La possibilità di esonero dall’obbligo vaccinale

C’è poi un altro punto debole nella legge: quello relativo alla possibilità di essere esentati dall’obbligo vaccinale. Una possibilità sacrosanta «in caso di accertato pericolo per la salute» e che scatterà in base a «specifiche condizioni cliniche» che potranno essere attestate dal medico di famiglia con un suo certificato.

Proprio questo è un punto sottolineato dalle associazioni che rappresentano una bella fetta delle strutture che lavorano nel mondo socio-sanitario (Agespi, Anaste, Aris, Uneba) e che in una lettera inviata al ministro Speranza e al Parlamento suggeriscono di introdurre a fianco alla norma un allegato tecnico che possa aiutare il medico di medicina generale a capire in quali casi ci può essere l’esclusione per ragioni di salute.

La richiesta delle associazioni di categoria

Nella lettera le stesse associazioni chiedono di includere nell’obbligo tutto il personale che opera nelle strutture socio-sanitarie senza limitarsi solo al personale sanitario in senso più stretto. E infine c’è la richiesta di puntare subito sulla sospensione dal lavoro di chi rifiuta il vaccino e solo in via residuale provare a trovare altre mansioni non a contatto con i pazienti.

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