AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùViaggio tra le statistiche sull’occupazione

L’occupazione cresce, ma solo nel terziario. Ed è «povera»

In 10 anni il nostro paese, assieme a Lussemburgo e Ungheria, ha registrato l’incremento maggiore della cosiddetta “working poverty”. Impatto sul reddito familiare: all’estero è tornato a superare i livelli pre-crisi, tranne che in otto paesi, tra cui il nostro, la Grecia, la Spagna

di Claudio Tucci

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3' di lettura

A giugno l’Istat ha certificato un “record” nel tasso di occupazione, che ha raggiunto il picco del 59,2% (a settembre, con l’ultimo aggiornamento, è leggermente sceso al 59,1%). Si tratta di un valore elvato; ma dietro questo numero cosa si nasconde?

Il confronto Noi e gli altri
Siamo andati a vedere i principali rapporti e indicatori, nazionali e internazionali, e vediamo con il nostro Paese, pur migliorando, sia ancora distante dai suoi competitor internazionali. Soprattutto si confermano, oltre al maxi-tema giovani, altri tre nodi aperti del nostro mercato del lavoro: qualità dell’occupazione, occupazione femminile, conciliazione vita-lavoro. Ma procediamo con ordine.

L'AUMENTO DEL LAVORO POVERO

Dati in punti percentuali, anni 2008-2017 (Fonte: rapporto Esde 2019)

L'AUMENTO DEL LAVORO POVERO

In crescita i lavoratori “poveri”
Qualche settimana fa, nella sede dell’Inapp, è stato illustrato il rapporto Employment and Social Developments in Europe (ESDE) dell’Unione Europea, che rappresenta la principale relazione curata dalla Commissione europea sulle tendenze occupazionali e sociali in Europa. Ebbene, i dati si fermano al 2017, ma indicano, su un capitolo chiave come i “working poors” una tendenza da non sottovalutare. Dal 2008 al 2017, infatti, il nostro paese, assieme a Lussemburgo e Ungheria, ha registrato l’incremento maggiore della cosiddetta “working poverty”.

Reddito familiare avanti, piano
L’incremento del lavoro povero accomuna altri 16 paesi; in Italia è particolarmente sentito perché si tratta di lavoratori con bassi salari, impiegati a orari ridotti. «Un aspetto che deve far riflettere - ha sottolineato l’economista, ex ministro del Lavoro e dell’Istat, Enrico Giovannini -. Ciò testimonia come trovare un impiego, oggi, possa non bastare». Una conseguenza di questa dimanica la si può vedere sul fronte reddito familiare, che all’estero un pò ovunque è tornato a superare i livelli pre-crisi, tranne che in otto paesi, tra cui il nostro, la Grecia, la Spagna, ad esempio.

Più occupati (part-time) nei servizi
Nella prima metà del 2019, fino ad arrivare al picco di giugno, l’occupazione, nonostante il Pil fermo, è cresciuta abbastanza in Italia. Lo dicono i dati Istat e, per altro verso, Inps. A spiegare il fenomeno ci sono sia fattori economici (in primis l’evoluzione in atto della struttura produttiva italiana, con un peso crescente di attività terziarie) sia i recenti cambiamenti nella normativa in materia di lavoro (leggasi le rigidità introdotte a luglio 2018 con il decreto dignità). La crescita dell’occupazione, nel periodo indicato, entrando nel dettaglio, ha riguardato soprattutto i servizi, in particolare quelli di intrattenimento e di cura alla persona, comparti che hanno assorbito oltre l’80 per cento dell'aumento del numero di persone occupate. Si tratta di attività caratterizzate, da un lato, da forte intensità del fattore lavoro e quindi bassa creazione di valore aggiunto, e dall’altro da rapporti contrattuali molto spesso non a tempo pieno. Nei primi sei mesi del 2019, peraltro, gli occupati a tempo parziale sono cresciuti di 144mila unità rispetto al secondo semestre 2018, contro i -104mila a tempo pieno; l’incidenza sull’occupazione totale è salita dal 18,4 al 19 per cento.

Lontano l’obiettivo Ue del 75% di occupazione
La lettura di questi dati sul lavoro in Italia va completata con il confronto internazionale. Ebbene, qui, il nostro paese, così come buona parte dei paesi Ue, non ha raggiunto il livello, da centrare nel 2020, del 75% del tasso di occupazione: ci fermiamo, come detto, al 59% o poco più, con un ritardo quindi di circa 16 punti.

Male i giovani
E non va meglio sul fronte giovani. Il tasso di disoccupazione dei nostri under25 è tornato a veleggiare intorno al 30%; siamo terz’ultimi all’estero, ci dice da diversi mesi Eurostat, peggio dell’Italia, solo Spagna e Grecia. Restiamo lontanissimi dai primi della classe, la Germania stabile tra il 5 e il 6% di tasso di disoccupazione giovanile.

Il gap nella conciliazione vita-lavoro
Certo, a prescendere dalla fase economica di difficoltà, e dalla (mancata) spinta alla crescita, sono le donne a essere maggiormente in difficoltà, soprattutto perché manca una vera politica di conciliazione vita-lavoro.

ASILI NIDO: L'ITALIA IN RITARDO

Dati inb percentuale (Fonte: rapporto Esde 2019)

ASILI NIDO: L'ITALIA IN RITARDO

Niente asilo nido per due bambini su tre
Che passa anche dagli asili nido. E pure qui il nostro Paese è indietro, con due bambini su tre che non hanno accesso a questo servizio di pre-infanzia. La metà degli Stati membri non ha raggiunto i due obiettivi di Barcellona: garantire l’accesso agli asili nido ad almeno il 33% di bambini sotto i 3 anni, e garantire servizi per l’infanzia ad almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l’età dell'obbligo scolastico. Mentre la scuola per l’infanzia consente all’Italia di raggiungere il target nella classe di età 3-6 anni, il nostro paese è ancora lontano da quello previsto per i bambini con meno di 3 anni.

Per approfondire

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