rapporto annuale istat /2.

L’occupazione si avvicina ai livelli registrati nel 2008

di Davide Colombo

3' di lettura

Una mappatura delle reti e dei nodi relazionali tra individui, famiglie, imprese, istituzioni e territori per misurare i grandi cambiamenti dell’economia e della società, accelerati e resi strutturali dalla doppia recessione del 2008-2009 e del 2012-2013. Eccola l’ultima fotografia Istat sulla situazione del Paese che arriva dal Rapporto annuale presentato ieri a Montecitorio. Una produzione che chiude la serie firmata dal presidente Giorgio Alleva, il cui mandato scade il 14 luglio, e che completa il percorso interpretativo offerto a partire dal 2015 con le analisi sui sistemi territoriali, nel 2016 con quella sulle sei generazioni che compongono la struttura demografica nazionale e, infine, nel 2017, con la riclassificazione degli otto gruppi sociali in cui sono raccolti i quasi 26 milioni di famiglie italiane.

Lavoro e istruzione, oltre alle dinamiche delle imprese, vengono confermate anche questa volta come le variabili chiave per capire dove sta andando l’Italia dopo il “salto di struttura”. Il mercato del lavoro, innanzitutto. Il recupero occupazionale dell’ultimo anno, che ci ha riportati sui livelli vicini a quelli del 2008, ha confermato la forza dei mutamenti: nei 23 milioni di occupati c’è oltre un milione di part time in più rispetto a dieci anni fa, è scomparso un milione di manuali (operai e artigiani), ci sono circa 500mila autonomi in meno e altrettanti nuovi dipendenti. E ancora, l’allineamento dell’ultimo anno rispetto al 2008 è stato quasi esclusivamente frutto delle assunzioni femminili (404mila in più) mentre gli uomini con un lavoro sono ancora sotto i massimi di dieci anni fa di 417mila unità. Le professioni qualificate si sono ridotte di 362mila unità e il personale non qualificato è cresciuto di 437mila, mentre il settore che ha assorbito più addetti (861mila sempre tra il 2008 e il 2017) è quello del commercio e dei servizi.

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La crescita c’è stata ed è proseguita anche nel primo trimestre di quest’anno, soprattutto con i contratti a termine - ha spiegato Alleva - ma siamo ancora con un tasso di occupazione inferiore di 9 punti percentuali alla media europea e, considerando anche le forze di lavoro potenziali, ci sono 6 milioni di persone che vorrebbero entrare in questo mercato ma non ci riescono.

Chi è più istruito ha maggiori chance di trovare un lavoro e una migliore remunerazione anche in un contesto in cui, nel 90% dei casi, per la ricerca di un impiego continuano a essere preferite le reti informali di conoscenze e parentali; una preferenza che si rispecchia anche sul lato della domanda, visto che 7 imprese si 10 preferiscono reclutare per via informale. Ma circa il 13% di chi usa i canali informali prova anche le vie più formali: tra i laureati del 2011 che sono stati assunti nel 2015 la modalità più efficace per trovare il lavoro - ha spiegato Alleva - è stata l’inserzione o l’invio di un curriculum (circa il 33%). Mentre solo per i laureati di area scientifica o in ingegneria è stata importante la segnalazione dell’università. Trovare lavoro su segnalazione di familiari o amici si rivela anche meno redditizio, a riprova che non tutte le reti sociali funzionano come moltiplicatori positivi. «Alla luce dei nuovi risultati - ha spiegato Alleva nella sua relazione - il rafforzamento dei servizi per l’impiego rappresenta un elemento cruciale per realizzare politiche attive del lavoro più efficaci, anche con riferimento alle misure di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale». Più lavoro e più istruzione garantiscono maggiore sicurezza anche perché sono associate a «reti di sostegno sociale» più forti e diffuse in caso di bisogno.

Insomma i vantaggi delle risorse relazionali - è stata la conclusione del presidente dell’Istat - si estendono oltre i confini dell’individuo o della famiglia, accrescono la fiducia con effetti importanti per l’intera società.

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