LA MAXI MANOVRA

L’odissea del decreto Rilancio: oltre 2 mesi di gestazione e lo spettro dell’assalto alla diligenza

Tra scontri e frenate, sul provvedimento si è riaperta la competizione tra i partiti della maggioranza rimasta in sordina durante la fase 1. E adesso si teme l’iter in Parlamento

di Manuela Perrone

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Tra scontri e frenate, sul provvedimento si è riaperta la competizione tra i partiti della maggioranza rimasta in sordina durante la fase 1. E adesso si teme l’iter in Parlamento


3' di lettura

Era il 16 marzo quando, alla conferenza stampa dopo il varo del decreto “cura Italia”, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri annunciarono che sarebbe arrivato a stretto giro un “decreto aprile” per associare alle prime misure “tampone” da 25 miliardi di sostegno all’economia un provvedimento più ampio per la ripresa. «Vi posso anticipare che l’Eurogruppo di questo pomeriggio adotterà la nostra impostazione», disse Gualtieri. «Nel frattempo stiamo già lavorando al decreto di aprile nel quale contiamo di fruire anche dei fondi europei».

Gestazione lunga più di due mesi
Ci sono voluti un mese e 28 giorni (e in mezzo lo stralcio e il varo del decreto liquidità) perché il nuovo testo, nel frattempo ribattezzato “Rilancio” per non doverlo chiamare “decreto maggio”, fosse approvato dal Consiglio dei ministri. E poi altri sei giorni, fino al 19 maggio, perché approdasse alla firma del presidente Sergio Mattarella e sulla Gazzetta Ufficiale con il numero 34/2020. In tutto due mesi e 4 giorni di scontri tra i partiti, problemi di copertura, confronti in extremis con le parti sociali per partorire un provvedimento monstre di 266 articoli e 400 pagine che vale 155 miliardi di saldo netto da finanziare per il bilancio dello Stato, di cui 55 di nuovo indebitamento.

Ancora una manovra di indennizzi
Quasi «una doppia manovra», come ha commentato Conte presentandolo alla stampa dopo il Cdm del 13 maggio. Dal premier ai ministri Gualtieri e Stefano Patuanelli, è stato però riconosciuto come un decreto che serve ancora a porre le basi per la ripresa, «un mosaico» di «interventi di indennizzo e ristoro», come lo ha esplicitamente definito Patuanelli. In sintesi: molto assistenzialismo, poco sviluppo. Rimandato, manco a dirsi, a un ulteriore prossimo decreto, centrato su semplificazioni e sblocca-cantieri, per il quale è già pronto il nome: Rinascita.

Partiti a caccia di bandierine
Logico che, davanti a una torta da 155 miliardi da distribuire quasi a pioggia tra lavoratori, famiglie e imprese, si siano scatenati gli appetiti e moltiplicate le bandierine politiche da piantare tra i partiti della maggioranza. Lasciando gli italiani già provati dalla pandemia e dai ritardi dell’attuazione dei decreti precedenti ad assistere a un nuovo tutti contro tutti che la “fase 1” aveva tutto sommato silenziato. E costringendo il premier a faticose mediazioni, quasi sempre con la sponda del Pd.

Le liti, dal Rem ai migranti
E così i Cinque Stelle si sono impuntati sul reddito d’emergenza contro la diffidenza del Pd e la aperta contrarietà di Italia Viva. I renziani, dal canto loro, hanno legato la permanenza al Governo alla norma sulla regolarizzazione dei migranti da impiegare in agricoltura e nel lavoro domestico, costringendo il M5S nel caos a un triplo salto carpiato per farla digerire a parlamentari ed elettori. Il Pd, che dal Mef ha guidato la partita, ha giocato su più tavoli, incassando le norme di tutela del turismo chieste dal capodelegazione Dario Franceschini ma smussando l’intervento dello Stato nel capitale delle imprese inviso a Iv. Da parte sua, Italia Viva ha chiesto e ottenuto l’abbuono dell’acconto e del saldo dell’Irap a giugno, che però il premier ha precisato essere una misura emergenziale per lasciare alle imprese risorse da spendere e non l’antipasto di una riforma fiscale complessiva. Persino Leu col ministro Roberto Speranza ha dovuto puntare i piedi per aumentare a 3,2 miliardi la dotazione per la sanità.

Lo spettro dell’assalto alla diligenza
A fine percorso, resta l’impressione di una bulimia: di norme, di burocrazia (come calcolato dal Sole 24 Ore, serviranno 98 provvedimenti attuativi), di voucher, bonus e superbonus. Specchio di un Governo nato fragile che si è ritrovato al timone di un Paese gravemente indebolito dall’epidemia. Con l’incognita dell’iter del decreto in Parlamento, dove già si prefigura un assalto alla diligenza. Monumentale come il provvedimento. Tutto in attesa del prossimo: altri 20 miliardi almeno, nella speranza che entro settembre decolli il Recovery Fund e che l’Italia possa contare su risorse fresche, e non prestiti, dall’Europa. Altro giro per i partiti, altra corsa per il premier.

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