analisiuna guerra che nessuno vuole

L’offensiva di Erdogan può spingere i curdi tra le braccia di Assad e Iran

Ognuno ha un motivo per preoccuparsi dell'aggravarsi della situazione in Siria. Ogni attore nel teatro mediorientale avrebbe una ragione per non desiderarla

di Roberto Bongiorni

Trump: i curdi? Non ci aiutarono durante Seconda Guerra Mondiale

2' di lettura

L’ultima guerra del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, non piace a nessuno. Non piace certo al regime di Damasco, che la considera un'invasione contro il territorio di uno Stato sovrano, ovvero il suo. Non la vuole il vicino Iraq, preoccupato che un nuovo fronte bellico possa far rialzare la testa alle cellule dell’Isis e aggiungere peraltro instabilità a quella provocata dalle violente proteste che stanno scuotendo tutto il Paese da settimane.

Non la desidera neppure l’Iran, deciso a mantenere l'unità territoriale in Siria a favore del suo alleato, Damasco, per concentrarsi su altri fronti incandescenti, come il confronto con Stati Uniti e Arabia Saudita. Anche le monarchie del Golfo sono contrarie all’azione di Erdogan, così come l’intera Lega araba.

Sul fronte internazionale la musica è la stessa.
L’amministrazione del presidente Usa Trump, per bocca del suo segretario di Stato, ha precisato di non aver mai voluto questa campagna militare contro i curdi. Il ritiro dei soldati americani – considerato da Erdogan come il semaforo verde all’avvio dell'operazione – non avrebbe nulla a che fare con la guerra contro i curdi siriani. Più forte la reazione dell’Europa, che tuttavia resta finora contenuta e limitata a parole di disappunto.

È comunque difficile trovare un conflitto che mette tutti d'accordo, anche Paesi ostili tra di loro. Ognuno ha un motivo per preoccuparsi dell'aggravarsi della situazione in Siria. Ognuno avrebbe una ragione per non desiderarla.

Il conflitto siriano è tanto complesso e difficile da risolvere proprio perché è fatto di tante guerre. Aprire un nuovo fronte non provoca altro che caos e ulteriori risentimenti.

Ora ci si domanda se l'offensiva di Erdogan sarà davvero limitata a quel fazzoletto di terra, una striscia di confine lunga 120 km e profonda 30, finalizzato a creare una fascia di sicurezza. Perché se il presidente turco intende davvero far rientrare due dei tre milioni e mezzo di rifugiati siriani presenti in Turchia, gli obiettivi territoriali della nuova campagna bellica dovranno inevitabilmente essere molto più estesi .

Certo, i rifugiati siriani, rappresentano un fardello ormai insostenibile sui conti pubblici della Turchia in un periodo in cui la sua economia è ancora estremamente vulnerabile. Ma allargare il conflitto oltre il dovuto potrebbe avere delle serie ripercussioni.

In un simile scenario diviene più facile uno scontro aperto tra gli eserciti dei due presidenti nemici: Bashar al-Assad ed Erdogan. Uno scontro che non vuole nessuno, in primo luogo la Russia, decisa a mantenere buone relazioni non solo diplomatiche ma anche commerciali con la Turchia di Erdogan.

Alla fine chi ci rimetterà davvero saranno ancora una volta i curdi. Abbandonati, anzi traditi, dai loro alleati occidentali che li hanno usati quando avevano bisogno di loro nella guerra contro lo Stato islamico.
Ma non saranno i soli ad aver problemi. Gli effetti collaterali del disimpegno americano in Siria, e della campagna militare di Erdogan, rischiano di provocare conseguenze spiacevoli. I curdi siriani, gli alleati più affidabili in Medio Oriente, ora stanno seriamente pensando di chiedere l’aiuto del regime siriano.
Il quale ha nell’Iran una sorta di padre-padrone. L'ultima cosa che desideravano gli strateghi americani.

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