la rinascita

L’olio pugliese entra nel post Xylella con la cultivar Favolosa

La nuova varietà dopo appena due anni dall’impianto ha cominciato a produrre. Sarà a pieno regime entro cinque raccolti, in grande anticipo rispetto ad altre tipologie

di Giorgio dell'Orefice

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Nuove piante di cultivar Favolosa; cinque milioni di olivi sono andati distrutti a causa della Xylella

La nuova varietà dopo appena due anni dall’impianto ha cominciato a produrre. Sarà a pieno regime entro cinque raccolti, in grande anticipo rispetto ad altre tipologie


3' di lettura

C’è un settore in Italia che ha vissuto una pandemia prima dell’arrivo del Covid-19. Una pandemia prodotta da un batterio e non da un virus, che non ha colpito gli uomini ma le piante e che però alla pari del Coronavirus ha causato pesantissimi danni economici. Stiamo parlando dell’olio d’oliva made in Italy, in particolare di Puglia e Salento, che negli anni immediatamente pre Covid è stato flagellato dalla Xylella Fastidiosa, batterio che attacca le piante di olivo provocandone rapidamente l’essiccazione.

La Xylella Fastidiosa fu individuata nel 2013, sconosciuta in Europa si ipotizza sia stata importata dal Centroamerica con un carico di piante ornamentali transitate dal porto di Rotterdam. Da allora la Xylella ha attaccato soprattutto le piante di olivo pugliesi e salentine anche se negli anni è stata individuata anche in Francia (tra Corsica e Costa Azzurra) in Spagna e in Portogallo.

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È in Puglia tuttavia che ha creato i danni maggiori anche a causa dei gravi ritardi con cui sono state adottate le misure di contenimento che prevedevano i contestatissimi tagli delle piante infette.

Secondo le stime di Italia Olivicola, una delle principali organizzazioni di produttori di olio, la Xylella in un solo triennio ha provocato danni (solo per quanto riguarda la mancata produzione e vendita di olio) per complessivi 390 milioni di euro, cancellando circa 29mila tonnellate di olio d’oliva l’anno (pari al 9,5% della produzione nazionale e un terzo di quella pugliese).

In particolare in Salento sono stati colpiti 50mila ettari di uliveti su una superficie di 200mila. Complessivamente sono stati distrutti 5 milioni di piante sui 70 milioni della Puglia.Ma al di là della conta dei danni c’è un aspetto sul quale la pandemia olivicola può essere ora d’esempio: grazie all’individuazione di un antidoto l’olivicoltura pugliese sta ripartendo. E lo sta facendo grazie agli investimenti privati che stanno anticipando le pur generose risorse messe in campo dal Governo.

L’antidoto è la cultivar Favolosa, brevetto tutto made in Italy, inventata incrociando la varietà “Frantoio” con quella “Ascolana tenera” da Giuseppe Fontanazza del Dipartimento di Scienza Bioagroalimentare del Consiglio nazionale delle ricerche. La varietà Fs-17 Favolosa fu brevettata nel 1988 ma è stato nel corso delle prove in campo effettuate negli ultimi anni da Donato Boscia sempre del Cnr - che ha inoculato il batterio della Xylella in differenti cultivar - che ne è stata scoperta la resistenza.

Nel triennio 2017-19 sono state vendute 800mila piante di varietà Favolosa in tutta Italia e 600mila nel 2020. Di questo milione e 400mila piantine circa 800mila sono state impiantate in Puglia e in particolare in Salento. Una prima robusta tranche di ricostruzione del patrimonio di 5 milioni di olivi andati distrutti a causa della Xylella.

Altro aspetto della Favolosa è che dopo appena due anni dall’impianto comincia a produrre e raggiunge il regime produttivo dopo 5 anni, in grande anticipo rispetto ad altre varietà che per fruttare le prime olive in media ci impiegano tra i 6 e gli 8 anni.

E così se l’olivicoltura pugliese ha affrontato una pandemia prima del resto del paese adesso è in pieno restart.

«Finora ho piantato 50 ettari con la Favolosa e il mio obiettivo è arrivare a 150 – spiega il produttore Mimmo Primiceri che aveva 70mila piante su 700 ettari in Salento completamente distrutte dalla Xylella. Abbiamo effettuato la raccolta sui primi 4 ettari sperimentali che piantammo due anni fa. Gli alberi di Favolosa, volendo fare il paragone con il Covid, sono un po' come gli asintomatici perché hanno anticorpi più efficaci rispetto ad altre varietà. In più vanta sesti di impianto più fitti (quindi con più piante per ettaro) e rese produttive quasi doppie (15 chili contro 8) rispetto all’altra varietà resistente: il Leccino. Ed è per questo che, nonostante la riduzione delle superfici dai 700 ettari pre Xylella ai previsti 150, punto non solo a recuperare il nostro giro d’affari di 2 milioni di euro ma di superarlo anche».

«Siamo uno dei tre vivai licenziatari della Favolosa – spiega Nicola Ruggiero, presidente dei vivai Oliveti d’Italia – e in pochi anni ne abbiamo vendute 680mila. Ma ciò che più mi colpisce, visto che anche io sono olivicoltore, è il grande fermento che si sta registrando nell’olivicoltura della nostra regione. Stanno nascendo decine di nuove aziende condotte da giovani. E se nei mesi della Xylella c’era sconforto e rassegnazione ora vedo olivicoltori entusiasti. E persino i frantoi che avevano chiuso per mancanza di prodotto stanno riaprendo. Questa è la nostra esperienza e cioè che anche quando non si vede via d’uscita, una strada in realtà c’è».

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