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L’ombra delle sanzioni Usa sui nuovi gasdotti dalla Russia

di Sissi Bellomo


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(Afp)

3' di lettura

Per fermare l’avanzata del gas russo in Europa gli Stati Uniti sono pronti a usare anche l’arma delle sanzioni. Dopo anni di minacce più o meno velate, la misura sarebbe ormai imminente nei confronti del Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto sottomarino tra Russia e Germania che accanto a Gazprom vede coinvolte numerose società del Vecchio continente, tra cui Uniper e Shell.

Gli Usa potrebbero inoltre colpire anche il Turkish Stream, pipeline erede del vecchio progetto South Stream, che dalla Turchia punterà verso l’Europa meridionale.

Per Nord Stream 2 Washington è alla stretta finale: gli Usa, secondo fonti del Wall Street Journal, stanno preparando un emendamento all’attuale legge che sanziona Russia, Iran e Corea del Nord, il Caatsa (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act).

Proprio ieri anche l’Europarlamento si è schierato per le maniere forti, approvando – senza il sostegno dei partiti di governo italiani – una risoluzione che per la prima volta rimette in discussione lo status di Mosca come «partner strategico» della Ue e afferma la necessità di prolungare le sanzioni, con esplicito riferimento anche a NS2, che «preoccupa» perché «potrebbe rafforzare la dipendenza dalle forniture di gas russo e minacciare il mercato interno europeo».

Al Congresso Usa è stato anche varato un disegno di legge che più in generale vorrebbe colpire tutti gli investimenti internazionali russi nel settore dell’energia , quindi anche la parte finale del TurkStream. E lo scorso novembre durante una visita a Budapest il segretario Usa all’Energia Rick Perry ha esortato l’Ungheria a opporsi anche a questo gasdotto, con cui Mosca starebbe «cercando di consolidare il controllo sulla sicurezza e la stabilità dell’Europa centro-orientale».

Nel mirino delle ormai probabili sanzioni di Washington rischiano di finire soprattutto i cinque soci finanziatori di Nord Stream 2: le tedesche Uniper e Wintershall, la francese Engie, l’austriaca Omv e l’anglo-olandese Royal Dutch Shell, che in base agli impegni con i russi hanno già in gran parte pagato il 50% dell’opera, che ufficialmente costa 9,4 miliardi di euro.

Funzionari del Governo Usa tuttavia di recente hanno messo in guardia anche gli appaltatori, tra cui figurano Saipem (che per ha però ottenuto un incarico limitato, che ha già concluso) e la multinazionale svizzera Allseas, impegnata nella posa dei tubi. Quest’ultima è impegnata anche nella costruzione del TurkStream, mentre la controllata dell’Eni ha siglato un accordo con Gazprom per condurre uno studio di fattibilità sul cosiddetto South Stream Lite, derivazione del TurkStream verso i Balcani.

A corroborare l’ipotesi che le sanzioni siano imminenti c’è anche l’improvviso intensificarsi della propaganda Usa. Il Financial Times ha pubblicato un intervento dell’ambasciatore Usa presso la Ue, Gordon Sondland, con un titolo che è tutto un programma: «La dipendenza dal gas russo comporta grandi rischi per l’Europa».

Sondland sostiene che «se l’Europa permetterà a nuove arterie del gas russo di penetrare nel cuore del continente, si ritroverà ad accogliere un cavallo di Troia», con cui Mosca potrà mettere in pratica le sue minacce. La soluzione? Rafforzare le forniture alternative, tra cui Sonders cita quelle dal Mediterraneo Orientale, quelle dal Mar Caspio e – come dubitarne? – il Gnl americano.

Il Wall Street Journal, dopo l’articolo che metteva in guardia sull’imminenza delle sanzioni, ha anche pubblicato in anteprima stralci di un nuovo studio del Center for Strategic and International Studies (Csis), dal titolo «The Kremlin Playbook 2».

Il think tank statunitense, tra i più consultati dal Congresso, punta il dito contro Austria, Paesi Bassi e Italia, accusandoli di agire «intenzionalmente o meno» come «facilitatori» del Cremlino, attraverso le relazioni economiche e finanziarie instaurate con la Russia. Nel nostro Paese i legami con Mosca si sarebbero rafforzati, sostiene il Wsj, con l’affermarsi di partiti politici anti-immigrazione ed euroscettici.  

In una conference call con gli analisti, dopo la diffusione del bilancio annuale, i dirigenti della tedesca Uniper hanno intanto confermato che eventuali sanzioni Usa spingerebbero i partner stranieri ad uscire dal progetto Nord Stream 2, ma di essere convinti che il raddoppio del gasdotto verrebbe comunque completato.

Gazprom stessa ha fatto sapere al Wsj che la parte più difficile è ormai fatta e di non avere preoccupazioni sul finanziamento dell’opera: le sanzioni potrebbero provocare qualche ritardo o qualche aumento dei costi, ma le banche russe – eventualmente con il contributo di istituti cinesi – non avrebbero difficoltà a intervenire.

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