Operazione Gdf Palermo e Marsala

L'ombra del terrorismo tra gli sbarchi di clandestini in Sicilia

di Roberto Galullo

(EPA)

3' di lettura

Tunisini pronti ad aiutare altri tunisini – ricercati in patria per reati gravi, connessioni con formazioni di natura jihadista o addirittura sospetti terroristi – ad approdare a Marsala (Trapani). E da qui, con un servizio di “navetta” tutto compreso nel prezzo, da far sparire tra le maglie aperte nel Belpaese in vista di una fuga verso l'Europa.

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Non hanno fatto in tempo e la catena – che nel frattempo si è arricchita con clandestini disperati e il traffico di “bionde” – è stata spezzata dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Palermo, con la collaborazione della Compagnia della Guardia di Finanza di Marsala, al termine di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, proprio per evitare che quella rotta potesse mettere a rischio innanzitutto la sicurezza nazionale.

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Il capo della procura di Palermo Francesco Lo Voi, il sostituto Calogero Ferrara (che coordina il pool di pm che si occupano di tratta e immigrazione clandestina), Claudia Ferrari e Federica La Chioma hanno disposto 1 5 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto nei confronti di altrettanti soggetti di nazionalità tunisina ed italiana, appartenenti ad un'associazione per delinquere transnazionale dedita al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri. In corso di esecuzione anche il sequestro di 10 autovetture e di due imbarcazioni utilizzate per i traffici illeciti.

I fermi si inquadrano nell'operazione “Scorpion fish” eseguita a partire da gennaio 2017. Fu proprio allora che un'intercettazione permise di scoprire che tra i soggetti pericolosi da trasportare sulle coste siciliane e in corso di individuazione, uno temeva, oltre che di essere arrestato dalla Polizia tunisina, anche di essere respinto dalle autorità di Polizia italiane (una volta giunto nel nostro Paese) per terrorismo.
Il sodalizio era capeggiato da pericolosi pregiudicati tunisini e con elementi italiani – quattro marsalesi e una fiorentina – in posizione subordinata. Anche la comparsa di soggetti italiani appare una novità degna di approfondimento. La banda utilizzava gommoni d'altura guidati da scafisti esperti, capaci di percorrere il tragitto anche in meno di 4 ore.
Ogni membro dell'organizzazione rivestiva un ruolo ben preciso: dal reperimento delle prenotazioni dei clandestini alla raccolta delle somme pattuite per il viaggio, dalla movimentazione e dalla custodia del contante, al reperimento e all'approntamento dei natanti, della loro conduzione nelle traversate e, infine, del primo collocamento dei clandestini e delle sigarette contrabbandate sulle coste siciliane, in luoghi nella disponibilità dell'organizzazione. Già, perché, per ottimizzare i viaggi – sono state ricostruite analiticamente l'organizzazione e l'esecuzione di cinque traversate – la banda trasportava in Italia anche sigarette di contrabbando.

In un caso è stato possibile monitorare in diretta lo sbarco sulle coste trapanesi, riuscendo ad intercettare i 14 clandestini sbarcati e a sequestrare oltre un quintale di sigarette di contrabbando. Le sigarette, per lo più di marche estere (“Pine Blue” e “Business Royals”), sono state piazzate nei mercati rionali trapanesi e palermitani, al prezzo di non più di tre euro a pacchetto, con guadagni di oltre 17mila euro ogni quintale contrabbandato.

Sono stati documentati ulteriori viaggi programmati – ma non andati a buon fine per impedimenti derivanti da concomitanti e ordinarie attività di controllo del territorio e in mare svolte dalla Gdf – che, se ultimati, avrebbero portato nelle casse dell'associazione criminale oltre 100mila euro. Ogni clandestino pagava in Tunisia all'organizzazione, per arrivare in Italia, non meno di 2/3mila euro. Ogni viaggio, quindi, poteva generare profitti fino a 40mila euro, al netto del costo per lo scafista e per il navigatore, generalmente ricompensati, rispettivamente, con 5mila e 3mila euro. Quando era necessario, il denaro raccolto in Tunisia veniva portato in Italia per rifornire di contanti i promotori dell'associazione criminale, perfezionando così vere e proprie operazioni di riciclaggio. L'organizzazione smantellata, con il bel tempo, sarebbe stata in grado di compiere almeno due traversate alla settimana tra la Tunisia e l'Italia.
r.galullo@ilsole24ore.com

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