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Ex Ilva, l’ombra di un’altra Bagnoli

di Paolo Bricco

Ex Ilva, basta giochi: le leggi naturali del business vanno rispettate

3' di lettura

Un colpo letale assestato al cuore industriale italiano. L’ombra di una nuova Bagnoli che si allunga su tutta Taranto. Senza protezione legale, il 6 settembre l’Ilva chiuderà. La politica, anche stavolta, ha realizzato la sua vocazione distruttrice. Geert Van Poelvoorde, amministratore delegato di Arcelor Mittal Europa, è stato chiaro. Ed è stato prevedibile.

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Perché chiunque lavori in una fabbrica o in una società di servizi – in una multinazionale o in una piccola impresa familiare, da capoazienda o da fattorino incaricato di consegnare la posta – sa perfettamente che la certezza del diritto della propria attività e la tutela legale degli azionisti e dei dirigenti non sono elementi negoziabili. Alla fine, dunque, il governo c’è riuscito. I Cinque Stelle lo avevano promesso alla loro base elettorale. La Lega non ha avuto la forza di opporsi. Il governo, anziché indossare la tuta da lavoro e picconare l’acciaieria facendola direttamente chiudere, ha scelto una via educata e formale, basata sul creare le condizioni di contesto perché Arcelor Mittal decidesse di andare via, secondo lo stile del completo blu e della cravatta indossati lunedì a Taranto da Luigi Di Maio che ha detto con voce flautata e modi gentili: «Non preoccupatevi, che problema c’è, suvvia, se fate bene i lavori non vi succederà nulla, e poi l’immunità penale non era nel contratto».

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Peccato che il business internazionale e ogni sistema industriale che funzioni – e la manifattura italiana, nonostante questa politica, è uno di questi – non si faccia incantare da nessuno. Peccato che l’asta internazionale a cui Arcelor Mittal ha partecipato avesse non nel contratto, ma come precondizione giuridica necessaria la sicurezza di non dovere rispondere per reati compiuti prima da altri. Arcelor Mittal ha fatto la sua mossa. Adesso la Lega dovrà decidere che cosa fare. Chinare il capo accettando che, il 6 settembre, Taranto chiuda? Oppure approntare una nuova misura che cancelli l’attuale, formando una maggioranza alternativa che potrebbe rappresentare la bomba in grado di fare crollare un edificio politico, l’attuale governo Salvini-Di Maio-Conte, che è segnato da non poche crepe?

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In ogni caso, alla fine, il governo c’è riuscito. Ha creato le condizioni – questo sì – per assestare un colpo al cuore dell’Italia industriale che adopera l’acciaio di Taranto per le grandi opere, l’automotive industry e gli elettrodomestici. Ha creato le condizioni per un danno reputazionale senza precedenti: la frase «senza una soluzione che garantisca la protezione legale, l’impianto chiuderà il 6 settembre» ha una eco fortissima e devastante, inferiore solo a quando, se una soluzione non sarà trovata questa estate, si sentiranno pronunciare da Londra, quartier generale di Arcelor Mittal, le parole «da Taranto noi andiamo via».

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L’esecutivo ha creato le condizioni perché, ancora una volta, nel contesto internazionale si pensi che gli italiani non sono in grado di risolvere problemi complessi. Infine, ha creato le condizioni perché, se nulla cambiasse entro il 6 settembre, non vi sia più, a realizzare i lavori di bonifica, un grande gruppo siderurgico che ha l’interesse economico e strategico, le competenze tecnologiche e la forza finanziaria per farlo. E, in questi casi, scusate il pessimismo storico, in Italia quando non c’è l’impresa sai come inizi e, purtroppo, sai già come finisci: vi ricordate di Bagnoli?

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