la debacle in trentino alto adige

L’onda della Lega e l'effetto Boschi schiacciano il Pd

di Emilia Patta

In Alto Adige e a Bolzano il Pd dimezza i suoi voti e si ferma a un misero 3,8% (Ansa)

2' di lettura

In casa Pd la debacle in Trentino Alto Adige era messa in conto. Ma certo non di queste dimensioni. In Trentino, in particolare, dove la candidatura di Giorgio Tonini è partita senza molte speranze per via della rottura storica tra il centrosinistra e il partito autonomista del Patt (l’11% circa) . Con la conseguenza che Tonini è poco sopra il 25% (molti i voti presi “personalmente”, ossia andati solo al candidato presidente e non alle liste) mentre l'exploit della Lega vicina al 27% porta il candidato del centrodestra Maurizio Fugatti a veleggiare oltre i 45%. Né attenua il sapore della sconfitta il risultato della lista Pd, attorno al 15%, che almeno conferma senza ulteriori flessioni il dato delle politiche del 4 marzo.

Ma è soprattutto in Alto Adige e a Bolzano che la debacle è più evidente: il Pd dimezza i suoi voti e si ferma a un misero 3,8%, e la flessione della Svp – sempre primo partito ma ferma al 41% circa - fa intravvedere uno storico cambio di alleanze, dal 1945, in favore della Lega e a scapito del Pd. E c'è già chi, nel Pd che si avvia a congresso per decidere gli assetti del dopo Renzi, parla di effetto Maria Elena Boschi. La deputata dem, al centro delle polemiche per lo scandalo Etruria proprio a ridosso delle elezioni politiche, è stata “blindata” nel collegio uninominale di Bolzano e questa imposizione, assieme alla candidatura parallelamente vissuta come imposta di Gianluigi Bressa, ha provocato una scissione al centro che ha portato poi alla nascita della lista Noi per l'AA, presentatasi per la prima volta domenica. A 7 mesi di distanza il solco si è insomma allargato ancora di più, né la comparsa di Boschi negli ultimi giorni per la chiusura della campagna elettorale è riuscita evidentemente a invertire il trend.

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Effetto Boschi a parte, è chiaro che le elezioni in Trentino confermano per il Pd le difficoltà delle ultime settimane, difficoltà dovute all'avanzata della Lega più ancora che alla concorrenza del M5s. In questo clima diventa più complicata anche la battaglia congressuale: quasi tutti i big - da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni - si stanno tenendo il più possibile fuori dalla mischia. Nella consapevolezza che il prossimi segretario dem - sia esso Nicola Zingaretti, appoggiato dalla sinistra del partito e dall'area di Gentiloni e Franceschini, o Marco Minniti, possibile candidato dell'area renziana nonché dei sindaci e governatori del Sud – dovrà come prima cosa gestire la prevedibile cattiva performance del partito alle elezioni europee del maggio 2018.

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