Lo scenario

L’ondata verde coinvolge l’Italia. Le misure sono ancora un rebus

Un mix di tasse, piani, bonus e incentivi ma il disegno organico stenta a concretizzarsi. Costa: non serve una legge ma un percorso e una visione

di Manuela Perrone


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Migliaia di cuori verdi hanno sfilato a Vancouver (Canada) il 25 ottobre nel corso di una manifestazione per il clima

4' di lettura

Ci sono voluti dieci anni e la protesta globale innescata da una caparbia sedicenne svedese perché la sfida del Green New Deal, lanciata nel 2009 in un documento del Programma Onu per l’ambiente, riuscisse a imporsi nell’agenda politica. Come un contagio, dai Democratici negli Stati Uniti alla nuova presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che ha indicato la svolta verde come priorità. Fino al Governo italiano nato sulle ceneri del patto sovranista M5S-Lega. «Nella prospettiva di un’azione riformatrice coraggiosa e innovativa – annunciava l’8 settembre il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte - obiettivo primario sarà la realizzazione di un Green New Deal che promuova la rigenerazione urbana, la riconversione energetica verso un progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici».

Ma quali sono i fatti dietro le parole? Il premier ha salutato come «primo atto» della svolta il decreto clima del ministro dell’Ambiente, Sergio Costa (M5S), ora all’esame del Senato: microinterventi da 450 milioni che hanno deluso gli ambientalisti, come il bonus rottamazione per le auto inquinanti da spendere in abbonamenti al trasporto pubblico o biciclette o i contributi per i commercianti che aprono spazi per la vendita di prodotti sfusi. Ma Costa tira dritto e al Sole 24 Ore spiega: «Per realizzare un Green New Deal non serve la madre di tutte le leggi o un unico intervento. Serve un percorso e una visione. Noi ce l’abbiamo. Sappiamo dove vogliamo traghettare l’Italia e stiamo puntellando il sistema normativo di leggi che la accompagneranno, lavorando con le imprese, i lavoratori e le forze sociali».

Il disegno al 2030 è contenuto nel Piano nazionale energia e clima redatto lo scorso gennaio, che però va rimandato a Bruxelles entro fine anno e rivisto secondo le raccomandazioni della Commissione: dettagliare le misure per centrare il target del 30% di rinnovabili nei consumi energetici e gli interventi per accelerare sulla decarbonizzazione. Possibile che si potenzi l’obiettivo del taglio del 33% delle emissioni, giudicato dagli esperti troppo poco ambizioso. Tanto più che dovrà essere inviata anche la Strategia di lungo termine per arrivare all’azzeramento dei gas serra nel 2050.

Se questo è l’orizzonte, il presente è un puzzle da costruire. Costa cita il suo decreto, la legge di bilancio, il collegato ambientale che sarà definito da gennaio, la proposta “salvamare” approvata dalla Camera, il Ddl Cantiere Ambiente contro il dissesto idrogeologico come i tasselli del Green New Deal italiano, «fulcro» della politica economica del Governo M5S-Pd-Leu-Iv secondo il Documento programmatico di bilancio.

L’obiettivo è stanziare 55 miliardi complessivi in 15 anni per finanziare investimenti in decarbonizzazione dell’economia, rigenerazione urbana, turismo sostenibile ed economia circolare. Nella legge di bilancio 2020 si destinano tutti gli 8 miliardi di investimenti aggiuntivi nel triennio proprio al piano verde. Il primo fondo (amministrazioni centrali) conta su 750 milioni nel 2020, 1,12 miliardi nel 2021 e 1,35 miliardi nel 2023. Il secondo (enti territoriali) vale 500 milioni di euro annui. Ce n’è infine un terzo (470 milioni nel 2020, 930 nel 2021 e 1,42 miliardo dal 2022) per cofinanziare progetti privati anche in partenariato.

Per sostenere economia circolare e restyling dei sistemi produttivi in chiave green si prevede inoltre un riordino degli incentivi del piano Industria 4.0. L’altra faccia della medaglia è la leva fiscale, pure per cominciare a disboscare la giungla da 19 miliardi dei sussidi dannosi per l’ambiente: un’operazione da 1,8 miliardi. Plastic tax (l’ipotesi è un euro per chilo sugli imballaggi, escluse le plastiche compostabili) e sugar tax (un prelievo su bibite e polveri usate per produrre bevande) dovrebbero debuttare a giugno. In pista anche il taglio dell’accisa agevolata sul gasolio per il trasporto con veicoli Euro 3 ed Euro 4 e una stretta sulle auto aziendali. Previsti inoltre rialzi sulle accise sui prodotti energetici e lo stop alle esenzioni delle royalties sulle prime estrazioni di idrocarburi.

Quali di queste misure da qui al 31 dicembre sopravviveranno all’iter parlamentare della manovra è tutto da verificare. Il mondo produttivo protesta. Per il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, le tasse su plastica e zuccheri sono «prove di cecità» che «invece di penalizzare comportamenti penalizzano prodotti». Costa rassicura ma tiene il punto: «La strada è sostituire i sussidi ambientalmente dannosi con quelli ambientalmente positivi. La transizione energetica non si può fermare». Ne è convinto anche l’economista ed ex presidente Istat Enrico Giovannini, portavoce dell’Asvis, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile che analizza l’andamento del Paese rispetto agli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu: «Si possono discutere gli strumenti, ma non il principio. Bisogna capire le sinergie possibili. I dati Istat indicano nel 15% il differenziale di produttività a favore delle imprese che hanno investito in sviluppo sostenibile: è un numero stratosferico. Vuol dire che ci sono tecnologie e opportunità per il salto. Il Governo deve accompagnarlo e le associazioni devono aiutare le imprese con la formazione».

Ma la via per una transizione senza traumi è lastricata di ostacoli. L’Italia paga la coperta corta dei conti pubblici. Per ampliare i margini di manovra debutteranno i green bond annunciati a inizio ottobre dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Pd): il Ddl di bilancio specifica che le emissioni di titoli di Stato green «saranno proporzionate agli interventi con positivo impatto ambientale finanziati dal Bilancio dello Stato». Il Tesoro è al lavoro, il dialogo con Bruxelles sarà cruciale. Anche per riuscire a scorporare dal calcolo del deficit la spesa per investimenti verdi. «Quelli italiani non possono che essere primi passi», sottolinea Giovannini. Sicuro che non possa esserci rivoluzione verde senza un cambio della governance: un Cipe trasformato in Comitato per lo sviluppo sostenibile e una rinascita del Comitato interministeriale per le politiche urbane.

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