diritti umani

L’Onu ai Governi: protezione ai rifugiati dell’emergenza climatica

Per la prima volta il Comitato si pronuncia sui richiedenti asilo costretti a partire a causa del peggioramento delle condizioni ambientali

di Roberta Miraglia


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(REUTERS)

3' di lettura

Il Comitato dell’Onu per i diritti umani ha chiesto ai Governi di prendere in considerazione l’emergenza climatica tra le ragioni che impediscono di deportare i rifugiati nel Paese di provenienza concedendo loro asilo. La decisione stabilisce per la prima volta che il cambiamento climatico e i problemi dell’ambiente rientrano tra i pericoli crescenti alla vita e sono pertanto degni di protezione.

Una nuova categoria: i «rifugiati climatici»
La Commissione ha aperto la strada a una nuova categoria di rifugiati, quelli «climatici», sebbene non abbia riconosciuto la protezione al cittadino che si era rivolto all’Onu. Si tratta di Ioane Teitiota, di Kiribati, un gruppo di atolli nel Pacifico centrale, che aveva chiesto asilo alla Nuova Zelanda come rifugiato del clima e in seguito al rifiuto delle autorità aveva portato il caso alle Nazioni Unite nel 2016. L’uomo era immigrato nel Paese nel 2007 chiedendo protezione nel 2010, alla scadenza del visto, ma nel settembre 2015 era stato rimpatriato a Kiribati con la moglie e i figli. Teitiota aveva sostenuto nel suo ricorso che l’innalzamento del livello del mare stava rendendo l’isola inabitabile e si erano accese lotte per la terra sempre più scarsa. A causa del peggioramento delle condizioni ambientali, inoltre, l’agricoltura era sempre più impraticabile e i rifornimenti di acqua contaminati dal sale.

Nuovi standard per riconoscere lo status di rifugiato
Non essendoci un rischio immediato per la vita nel singolo caso sottoposto alla sua attenzione, il Comitato dei diritti umani ha respinto il ricorso ammettendo tuttavia che il degrado dell’ambiente insieme al cambiamento climatico rappresentino un rischio per l’incolumità della persona meritevole di quella protezione accordata ai rifugiati che ne impedisce il respingimento. Nonostante non abbia accolto le ragioni del ricorrente, «questa decisione stabilisce nuovi standard che potrebbero facilitare il successo in future richieste di asilo» ha commentato Yuval Shany, esperto del Comitato.

Non è necessario essere «sott’acqua»
Il panel di giuristi dell’Onu, inoltre, ha chiarito che le persone richiedenti lo status di rifugiato non devono provare di avere davanti un danno imminente qualora rientrino nel proprio Paese. I danni indotti dal cambiamento climatico infatti possono essere di due tipi: quelli derivanti da eventi improvvisi (come tempeste e inondazioni) e gli altri conseguenti a processi lenti quali l’aumento del livello del mare e la salinizzazione delle terre. Entrambi i tipi possono costringere gli abitanti a varcare le frontiere per cercare protezione. Il rischio che un intero Paese vada sott’acqua è però talmente estremo che ben prima di un tale disastro potrebbe essere impossibile assicurare agli abitanti una vita dignitosa. Dunque, conclude il Comitato, in mancanza di sforzi nazionali e internazionali, gli effetti del cambiamento climatico nei Paesi di provenienza possono bastare ad azionare il diritto a non essere respinti.

Australia e Nuova Zelanda non cambiano le leggi
Con una popolazione di 110mila abitanti, le isole delle Kiribati hanno un livello sul mare di soli due metri che ne fa uno degli Stati più vulnerabili all’innalzamento delle acque indotto dal riscaldamento globale. E tuttavia Nuova Zelanda e Austrialia, i due Paesi più grandi e ricchi dell’area, pure alle prese con gravi disastri ambientali come gli incendi, non accettano di cambiare le proprie restrittive leggi sull’immigrazione per accogliere questo nuovo tipo di migranti. La decisione dell’Onu diventa pertanto un importante precedente da far valere davanti alle Corti nazionali e internazionali.

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