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L’Opec ora intravvede il tramonto del petrolio

L’Organizzazione degli esportatori di greggio prevede che la domanda nell’area Ocse comincerà a calare fin dal 2021-22, a un ritmo inizialmente moderato e poi sempre più rapido. Nel resto del mondo i consumi continueranno ad espandersi, almeno fino al 2040. L’Opec teme comunque che le misure contro il climate change avranno un impatto «sproporzionato» su alcuni dei suoi Paesi membri

di Sissi Bellomo


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(Reuters)

3' di lettura

L’Opec comincia a fare i conti con il climate change e con l’ineluttabile declino dei consumi di petrolio, che nelle economie avanzate è ormai dietro l’angolo. È la stessa Organizzazione degli esportatori di greggio a prevedere che la domanda nell’area Ocse non solo non crescerà più, ma comincerà a diminuire fin dal 2021-2022, e ad ammettere che le politiche per contenere le emissioni di CO2 rischiano di danneggiare «in modo sproporzionato» molti dei suoi Paesi membri.

L’Opec – come anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) – esclude che a livello globale la domanda di petrolio possa raggiungere un picco prima del 2040. Ma nel nuovo rapporto di lungo termine, il World Oil Outlook, gli economisti del gruppo hanno comunque ridimensionato tutte le previsioni. E non solo perché l’economia crescerà a un ritmo più moderato, ma anche perché la transizione energetica sta accelerando il passo.

Tra il 2018 e il 2040 secondo l’Opec la domanda petrolifera mondiale aumenterà di 11,9 milioni di barili, attestandosi a 110,6 mbg (1,1 mbg in meno rispetto alle previsioni elaborate un anno fa). La crescita rallenterà progressivamente: dal +1,4 mbg del 2018 si manterrà intorno a 1 mbg l’anno o poco più fino al 2022, per dimezzare «verso la fine del prossimo decennio».

I consumi crescono in Asia
Il mondo tuttavia sta viaggiando a due velocità verso la decarbonizzazione. Nel periodo considerato la domanda crescerà di 21,4 mbg nei Paesi non Ocse, trainata dall’India (+5,4 mbg) e dalla Cina (+4,4 mbg). In compenso diminuirà di 9,6 mbg nell’Ocse, con un calo di ben 4,5 mbg nel Nord America (a dispetto dell’uscita degli Usa dagli Accordi di Parigi) e di 3 mbg in Europa.

La contrazione dei consumi nelle economie mature sarà dapprima quasi impercettibile, specie se si considera che è “spalmata” su 37 Paesi: -160mila bg nel 2022, -240mila bg nel 2023. Ma in seguito dovrebbe guadagnare forza, in un modo presumibilmente allarmante per l’Opec, che nell’area Ocse si attende una perdita di domanda di 2,5 mbg tra il 2025 e il 2030, di altri 2,9 mbg nei 5 anni successivi e di 3,2 mbg nel 2035-40. A fine periodo consumeremo 38,3 mbg contro i 72,3 mbg cui arriveranno i Paesi non Ocse (che ci hanno sorpassato già dal 2013).

Gli Accordi di Parigi
L’Opec ricorda di essere «pienamente» a favore degli Accordi sul clima, che intende continuare a sostenere. Tuttavia «è probabile che i Paesi in via di sviluppo che esportano energia subiscano in modo sproporzionato gli impatti delle misure di risposta (al climate change)». Contenere l’aumento delle temperature entro 2° C comporta frenare la crescita della domanda primaria di energia, avverte il rapporto, con «conseguenze avverse sulla sostenibilità e sulla futura crescita» anche per i Paesi membri dell’Opec, nonostante molti si stiano sforzando di diversificare l’economia.

Il petrolio comunque non tramonterà domani. Anzi, a livello globale si manterrà al primo posto tra fonti di energia anche nel 2040 secondo l’Opec, riducendo la sua quota di appena il 2% (al 28% del mix). L’industria petrolchimica consumerà 4,1 mbg in più nel 2040, con buona pace degli sforzi per contenere l’impiego di plastica. E per i trasporti su strada serviranno altri 3 mbg, anche se la domanda dovrebbe raggiungere un plateau nel 2030.

L’auto elettrica
L’Opec si aspetta che i veicoli a batteria costituiranno il 13% della flotta globale tra una ventina d’anni. Ma automobili, autobus e Tir faranno ancora la parte del leone nei consumi petroliferi, con una fetta del 43%. Una «significativa crescita» della domanda arriverà anche dal settore dell’aviazione: +1,5% l’anno, il ritmo più veloce in assoluto, fa notare il rapporto.

Nonostante tutto il settore della raffinazione non se la passerà bene. La capacità sta crescendo in modo eccessivo rispetto al fabbisogno di prodotti raffinati, soprattutto in Asia, e l’Opec stima che il forte surplus (e il relativo crollo dei margini) costringeranno a chiudere impianti per 2,5 mbg entro il 2025 e per altri 5 mbg entro il 2040. A finire sotto pressione saranno soprattutto le raffinerie europee.

I rivali dello shale oil
Come se tutto ciò non bastasse, l’Opec si vede minacciata anche dai produttori concorrenti (benché solo nel medio periodo). Lo shale oil, nonostante le attuali difficoltà di finanziamento, continuerà a crescere vertiginosamente fino al 2025, quando gli Usa arriveranno ad estrarre 17 mbg (+40% rispetto a oggi), quasi un quinto della produzione globale. L’Organizzazione teme che la sua quota di mercato scenderà dal 35% al 32% nello stesso periodo, anche se in seguito conta di prendersi la rinvincita, risalendo fino al 40%: lo shale oil rallenterà, assicura. E dal 2029 inizierà a declinare in modo irreversibile.

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