la rivista nasceva 100 anni fa

«L’Ordine Nuovo», la cultura fatta dai non letterati

di David Bidussa


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2' di lettura


“L'Ordine Nuovo. Rassegna settimanale di cultura socialista”, inizia le sue pubblicazioni l'1 maggio 1919 (l'ultimo numero uscirà il 24 dicembre 1920, poi il settimanale diventerà quotidiano), a Torino, una città economicamente centrale nella società italiana, ma che non è mai stata la capitale delle riviste di avanguardia. Quel ruolo era spettato a Firenze, secondo una tradizione che in gran parte risaliva agli anni 20 del Risorgimento.

“L'Ordine Nuovo” è la prima volta di molte cose. È una rivista fatta da uomini di cultura che non sono letterati; ventenni senza un nome di riferimento di un'altra generazione che garantisca per loro; tutti “immigrati” di prima generazione (non uno di loro è nato a Torino). Gramsci, Tasca, Terracini, Togliatti sono persone che vengono dalla “provincia” e appartengono a famiglie medie. Non hanno alcun timore della metropoli, molte curiosità, vogliono capire quel che sta accadendo nella grande città industriale, ma anche quello che avviene nel mondo, lontano da Torino: a Berlino, a Parigi, a New York, a Mosca, a Budapest, le capitali del disagio sociale, soprattutto giovanile, che vede protagonisti in gran parte loro coetanei. Insomma, un ‘espressione della insofferenza post-bellica.

Tuttavia, “L'Ordine Nuovo” non è solo protesta, è anche studio della nuova realtà di fabbrica, è confronto e spesso diverbio con ingegneri, personale tecnico dell'impresa. È passione per la letteratura americana (Walther Whitman appare spesso in quelle pagine, dopo che per anni era scomparso) e per la letteratura francese (Anatole France, Henri Barbusse, Romain Rolland). John Reed arriva in Italia per la prima volta su quelle pagine, così come Leonide Andreev, il letterato che descrive il dramma della nevrosi di guerra, che è proposto negli stessi mesi anche da “Energie Nove”, la prima rivista diretta da Piero Gobetti.

“L'Ordine Nuovo” rimane nella memoria di tutti come la rivista che lancia i consigli di fabbrica, che crede di tradurre in lingua italiana il sogno dei soviet russi. In quella visione si consumerà la sua funzione e anche la spaccatura interna tra chi, con Gramsci, crede che i consigli siano il futuro e chi, con Angelo Tasca, crede che i consigli siano un'esperienza, ma che il punto di riferimento rimangono i sindacati. Quel settimanale durerà circa un anno e mezzo. Nel gennaio 1921 diventa uno degli organi del neonato Partito comunista. Per quei ventenni, si tratterà di diventare «grandi». Di fare le scelte definitive.

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