teatro

L’Orestiade africana di Pasolini

Il film-documentario girato in Africa dallo stesso Pasolini conserva a distanza di cinquant'anni salde radici di attualità

di Asia Vitullo

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(Ansa)

Il film-documentario girato in Africa dallo stesso Pasolini conserva a distanza di cinquant'anni salde radici di attualità


3' di lettura

Il 2 novembre 1975 la voce di Pier Paolo Pasolini sprofondò in un silenzio che, da lì in avanti, sarebbe rimasto eterno. Tuttavia, le circostanze oscure della sua morte non ne hanno spento l'eco delle parole, che ancora oggi risuona nella sua inquietante modernità. Ne è prova Appunti per un'Orestiade africana (Italia, 65 min, 1970), il film-documentario girato in Africa dallo stesso Pasolini, capace di mantenere a distanza di cinquant'anni salde radici di attualità.

«Vado in Africa a dicembre, venite con me?», domandò il poeta a Dacia Maraini e Alberto Moravia nel 1969. Esattamente dieci anni prima, Vittorio Gassman e Luciano Lucignani avevano commissionato a Pasolini la traduzione dell'Orestea di Eschilo, e questi ne aveva presentato una versione fuori dal comune, imponendo alla pièce una sfumatura del tutto politica.

A seguito della traduzione, nel dicembre 1967 uscirà per la prima volta su «Nuovi Argomenti» Pilade, ideale prosecuzione dell'Orestea. La tragedia, oltre a delineare la dicotomia natura/storia – che lo scrittore vedeva in atto nell'Europa del Novecento –, sintetizza un'utopica fusione tra l'antico e il moderno. Ma l'ipotesi di questo eventuale maculage si concretizzerà proprio in Appunti per un'Orestiade africana. Dall'inverno del '68 al biennio '69-'70, Pasolini effettuò numerose riprese in Uganda, Tanzania e Tanganika e all'Università Roma “La Sapienza” (instaurando in quell'occasione un dialogo con alcuni studenti africani).

Il poeta friulano aveva scelto un'Africa «immobile», non divorata dalla modernizzazione, non ancora vittima di quella massificazione dell'individuo ormai ancorata profondamente alla civiltà occidentale. L'Africa degli anni Settanta ha appena scoperto la democrazia, allo stesso modo della Grecia descritta nel finale dell'Orestea. Pasolini realizza dunque un «film da farsi», ovvero una diaristica alternanza di sopralluoghi e interviste, accompagnata dal flebile suono della sua voce che si mimetizza con le immagini. Attraverso la metamorfosi delle Erinni in Eumenidi, egli tenta di spiegare la fase di transizione sociale che percorre il continente, così come Asia e America del Sud vivono le contraddizioni derivanti dal lacerante approdo a una civiltà tecnologica. All'epoca della realizzazione del film, il drammatico racconto di Oreste potrebbe ancora tramutarsi nell'avvento di un'illusoria democrazia che, per Pasolini, corrisponderebbe all'ascesa del socialismo.

Lo spazio cinematografico è costituito da capanne, villaggi, alberi, botteghe, città moderne, tombe e scuole. Nessuna scenografia, nessun artificio. I personaggi non sono attori veri e propri, ma persone del luogo, passanti. I “corpi” si immergono in una quasi assoluta staticità che sembra richiamare l'icastica verticalità delle forme politiche contestate dal poeta. Essenziale è l'uso che Pasolini fa della sua stessa parola: le immagini sono accompagnate dal timbro tagliente del regista che guida lo spettatore verso la luce della razionalità; essa sembra svelare al pubblico una strada nuova, difforme dall'effimera vita quotidiana. Così, lungo lo snodarsi del film, Pasolini diviene l'unico protagonista: in alcuni momenti egli mostra la sua parte più intima, in particolare quando esprime perplessità o dubbi circa le ambientazioni e i personaggi, o quando decide repentinamente di cambiare la modalità di rappresentazione appoggiandosi in toto alla musica jazz. Emerge, inoltre, la disillusione del regista, sconfitto dal suo stesso amore per un mondo semplice e innocente che sta per scomparire.

Il mito e la nostalgia del passato sono, allora, l'unica via di fuga, l'unica risposta ai dubbi e alle contraddizioni del presente. Il documentario si mostra come un teatro vuoto, senza attori, privo di allestimento e di mise en scène, come se fosse un sogno nel quale si affermano la realtà ideale e un “io” frammentato. Ecco allora che la sintesi utopica tra antico e moderno si dissolve, e l'uomo di Pier Paolo Pasolini pare destinato a soccombere dinanzi alla macchina capitalista.

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