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L’orgoglio e l’impegno: «Non possono essere gli altri a occuparsi di ciò che ci riguarda»

Maria Masi, 54 anni, avvocata civilista del Foro di Nola è la prima donna in quasi cento anni a ricoprire la carica di presidente del Consiglio nazionale forense (Cnf), l’organo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura italiana

di Monica D'Ascenzo

Rappresentanza. Maria Masi, 54 anni, avvocata civilista del Foro di Nola è la prima donna in quasi cento anni a ricoprire la carica di presidente del Consiglio nazionale forense (Cnf), l’organo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura italiana

6' di lettura

«Avevamo un’occasione unica perché per la prima volta è stato possibile immaginare, e probabilmente realizzare, una riforma della giustizia con possibilità di investimenti e con la disponibilità di ingenti risorse economiche, ma ancora una volta ci si è concentrati sulla forma e non sulla sostanza, sui riti e non sul potenziamento dell’intero sistema e, temo, con risultati non idonei agli obiettivi da conseguire». Questo il giudizio di Maria Masi, 54 anni, avvocata civilista del Foro di Nola e prima donna in quasi cento anni a ricoprire la carica di presidente del Consiglio nazionale forense (Cnf), l’organo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura italiana. In un contesto sfidante ma allo stesso tempo stimolante per tutte le novità che la giustizia sta vivendo a seguito della riforma disegnata dalla ministra Marta Cartabia.

Una riforma cosiddetta orizzontale, come quella della pubblica amministrazione, perché trasversale a tutto il Pnrr.

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Fra il 2021 e il 2022 sono già state portate a termine alcune tappe della riforma dalla legge delega del processo civile alla legge delega di riforma del processo penale, dalla riforma delle leggi sulla crisi di impresa alla riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell’ordinamento giudiziario. I decreti legislativi di attuazione del processo civile e penale, poi, sono stati approvati prima della pausa estiva come da programma, in modo che la riforma della giustizia possa provare a raggiungere gli obiettivi previsti dal Pnrr.

«Il Pnrr prescriveva interventi ampi sull’edilizia giudiziaria, sulle barriere architettoniche, sulla riorganizzazione degli uffici, ma se si continua a ignorare che il sistema è affetto da carenze croniche di personale amministrativo e di magistrati “in ruolo”, se non si investe nel riconoscimento di competenze diversificate di giudici, capi degli uffici giudiziari e di chi dovrebbe occuparsi degli aspetti organizzativi, nessuna riforma potrà considerarsi buona e giusta» sottolinea Masi, per la quale è importante che la riforma dia un senso al sistema.

«È necessario poi un maggiore equilibrio all’interno della giurisdizione, siamo tutti parti essenziali di una funzione, ma a giudicare dal contenuto dei decreti attuativi del processo civile questa vocazione all’equilibrio è stata ancora una volta sacrificata in nome di una celerità dei dibattimenti che non sarà possibile realizzare se non violando i principi del giusto processo».

Tempi più brevi e processo giusto due pilastri di una giustizia che in Italia deve far fare un salto di qualità al Paese.

«L’avvocatura non può che avere a cuore una riforma che consegua “giustizia” e siamo sempre stati disponibili, e potremmo esserlo ancora, a collaborare e a dare il nostro contributo che non è mai solo tecnico, perché siamo testimoni oculari di scelte talvolta fallimentari, ma vorremmo che il nostro apporto fosse preso effettivamente in considerazione e non ignorato per una ingiustificata riserva di competenze», sottolinea la presidente, che si è trovata a ricoprire questo ruolo durante le fasi più acute della pandemia.

Con una lunga esperienza nell’ordine di Nola di cui è stata presidente dal 2010 al 2012, Masi è arrivata al Consiglio nazionale forense nel 2015 per divenirne vicepresidente nel 2019.

«Il passaggio alla presidenza è stato traumatico perché è avvenuto nel marzo del 2020. Mio marito e mia sorella sono medici, quindi avevamo già valutato l’ipotesi di lavorare da remoto. Avevo portato a casa i fascicoli del Cnf e dello studio. In quel contesto ho avuto la comunicazione che avrei dovuto svolgere le funzioni da remoto di presidente» ricorda Masi, che si trovava anche a dover dare risposte a «un’avvocatura spaventata dalla situazione ma attenta a tutti i temi su cui si doveva intervenire».

Un destino professionale scritto nel dna. Uno zio diventato magistrato giovanissimo e diversi avvocati nella famiglia materna. Sul finire del liceo classico, però, la scelta non sembrava affatto scontata. Ma l’intervento, rude e schietto, di un mentore la portò a iscriversi a giurisprudenza: «Mi è sempre piaciuto molto studiare e ho frequentato il liceo classico, che ho amato tantissimo. Ero anche rappresentante di istituto e il preside mi conosceva bene. Quando seppe della mia indecisione sulla scelta dell’università mi convocò nel suo ufficio e chiuse la porta. Mi disse che non potevo scegliere Scienze Politiche, solo perché mi piaceva. “Se hai scelto la regina delle scuole superiori, non puoi non fare giurisprudenza” fu la frase decisiva per il mio futuro» racconta Maria Masi, che guardando indietro è grata a chi le ha indicato la via: «Ho accettato il suo consiglio, anche se poi il primo anno ho vissuto male l’università. È stato difficilissimo perché si trattava di studiare tutto a memoria e non era il mio metodo. Poi, però, con il tempo ho sviluppato una consapevolezza diversa».

La laurea nel 1993, il diploma di specializzazione in diritto civile nel 1997, l’abilitazione professionale e subito la decisione di intraprendere in maniera autonoma e a tempo pieno la professione. Il suo studio nasce, quindi, in quello stesso anno. Ma accanto all’avvocatura la presidente Masi non ha mai trascurato l’insegnamento in ambito universitario, come cultrice della materia prima e poi come docente a contratto. «A seguire ho affrontato in maniera autodidatta la formazione nel diritto di famiglia. Avevo ricevuto una lettera di Gianfranco Dosi, che mi invitava a un convegno a Roma sul diritto di famiglia e poi da lì entrai anche nell’associazione». L’associazione italiana degli avvocati per la famiglia, era stata fondata nel 1993 dallo stesso Dosi, così come l’Osservatorio Nazionale sul diritto di famiglia. Un altro uomo che ha avuto un ruolo rilevante nelle scelte di Masi, cresciuta fin da piccola in un ambiente paritario. «Ho un fratello avvocato specializzato in diritto del lavoro e una sorella medico pediatra. L’educazione è stata uguale per tutti e tre e non c’è stata posta alcuna limitazione alle nostre scelte professionali e di vita. Ho una famiglia matriarcale, caratterizzata molto dall’elemento femminile perché mia madre ha 3 sorelle. Ho avuto un’infanzia ricca di affetto e di presenza femminili e allo stesso tempo un padre molto moderno, che ci ha permesso di fare le nostre esperienze a condizione che portassimo a termine i nostri percorsi di studio» sottolinea la presidente del Cnf, che crede molto nella famiglia come supporto per potersi realizzare anche nella professione: «Devo molto alla famiglia: non solo quella di origine, ma anche quella che poi ho costruito. Ho avuto nella vita riferimenti maschili molto generosi e importanti da mio padre a mio marito Massimo. E in famiglia non sono solo accudente ma sono anche accudita, anche dai miei due figli Lorenzo e Chiara». Masi ha fatto tesoro di questa sua esperienza per trasferirla in ambito professionale: «Nella consapevolezza di essere stata fortunata, da anni sono impegnata per contribuire a realizzare quegli strumenti e progetti che possano supportare anche altre professioniste, perché la libera professione prevede difficoltà più complesse in tema di conciliazione». Da qui l’impegno nel coordinamento di due commissioni, famiglia e pari opportunità, che l’hanno portata a viaggiare per l’Italia e a conoscere meglio le realtà territoriali con le loro peculiarità. Resta il fatto che nell’avvocatura il gender gap è ancora accentuato a partire dalle remunerazioni: «Il reddito delle avvocate è pari alla metà di quello dei colleghi. Le cause sono molteplici, ma sicuramente ha un ruolo la difficoltà a conciliare i tempi di vita e di lavoro, cosa che la pandemia ha accentuato. È anche perché nel corso degli anni c’è stata una sorta di discriminazione legata non tanto al genere ma alle competenze specifiche» sottolinea Masi, secondo la quale resta importante l’equità nella rappresentanza, che per l’ordine degli avvocati è garantita dalla legge 247 del 2012 di riforma dell’ordinamento forense e poi dalla legge 113 del 2017 che tutela il genere meno rappresentato.

Eppure le donne faticano a farsi avanti: «Si ha paura di non avere la possibilità di conciliare, ma credo sia importante non cedere al disagio e alle difficoltà del momento. Io ne ho attraversate tante e molte volte mi sono chiesta se ne valesse la pena, perché il tempo che ho sottratto alla mia professione, ai miei figli e alla mia vita di coppia è stato molto. La risposta però è sempre stata positiva, ancora oggi. Non si può pretendere che siano sempre e solo gli altri ad occuparsi di ciò che ci riguarda».

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