viaggiatori

L’Oriente, che malinconia!

Gérard de Nerval. Incapace di adattarsi alla normalità e per sfuggire all’inquietudine, nel 1843 partì per confrontare la realtà con i sogni di lettore accanito: la delusione fu inevitabile

di Giuseppe Scaraffia

default onloading pic

Gérard de Nerval. Incapace di adattarsi alla normalità e per sfuggire all’inquietudine, nel 1843 partì per confrontare la realtà con i sogni di lettore accanito: la delusione fu inevitabile


4' di lettura

Nella primavera del 1841, i passanti osservarono stupiti un giovanotto passeggiare nei giardini del Palais Royal con un’aragosta al guinzaglio. «Perché, ribatteva ai curiosi Gérard de Nerval, un’aragosta è più ridicola di un cane, di un gatto, di un leone o di qualunque altro animale da compagnia? Le aragoste mi piacciono, sono tranquille, serie, conoscono i segreti del mare e non abbaiano».

Questo, ma non solo, fu Nerval. Buono, malinconico, disinteressato, concentrato soltanto sui suoi sogni, Gérard fu un viaggiatore, non solo nell’Oriente che almeno in parte lo deluse, ma nel labirinto di Parigi che non lo deluse mai. Quando i borghesi si coricavano, per lui iniziava una lunga notte che poteva protrarsi fino all'alba nel dedalo delle strade.

Componeva magnifiche poesie e si manteneva con una febbrile attività giornalistica, tentando con alterne vicende, di scrivere per il teatro. Umile, gentilissimo, buono e allegro, inseguiva inafferrabili fantasmi amorosi cercando di sfuggire agli agguati della follia. Quando veniva ricoverato, gli amici venivano a cenare in clinica con lui. Tutti, da Victor Hugo ad Alexandre Dumas, non volevano ammettere che Nerval fosse pazzo, preferivano definirlo un «allucinato», incapace di adattarsi alle pastoie della normalità. Nel suo comportamento non c’erano particolari stranezze. Buono e allegro nei momenti tranquilli, poteva diventare eccitato e irascibile nei momenti di crisi. Certo a volte i suoi sguardi erano di una fissità allucinata, però solo al dessert, aveva notato un visitatore, il poeta si era manifestato pienamente con un lungo, brillante discorso, in cui aveva dimostrato che gli uomini erano solo vecchi pappagalli.

Nel 1843 partì per l’Oriente. Sentiva il bisogno di dimostrare, scrisse al padre, che il suo soggiorno in casa di cura era solo «un incidente isolato». Passò dalla Siria all’Egitto, dal Libano alla Turchia, per poi tornare passando da Napoli. Come altri viaggiatori dell’Ottocento, Nerval viaggiava per confrontare la realtà con i suoi sogni di lettore accanito. E la delusione era inevitabile: «L’Oriente non si avvicina ai sogni ad occhi aperti di due anni fa. O meglio questo Oriente è ancora più lontano o più elevato».

Escursioni

Quel flâneur parigino non si lasciava trasportare dal caso e preparava minuziosamente le sue escursioni. Ma era pronto a brevi digressioni suggerite dal cinguettio degli uccelli o da una luce particolare. Non usò mai l’ingombrante attrezzatura per fare i dagherrotipi, le prime fotografie, che si era portato dietro.

Mille e una notte

Nella sua mente fluttuavano e si intrecciavano l'esoterismo, l’Islam e la massoneria. «Continuano a passarmi nella mente tutte le favole delle Mille e una notte, e vedo in sogno tutti i demoni e i giganti sciolti dalle catene dopo Salomone». Dove trovare la verità se non in Egitto, «quel centro misterioso, in cui i geni dei primordi hanno attinto per noi la saggezza?». Al Cairo la città reale e quella simbolica si fusero in un percorso iniziatico. Nella notte gli sembrava «di viaggiare in sogno in una città del passato, abitata soltanto da fantasmi». A Costantinopoli, nel periodo del Ramadan, la luna era «un vero sole notturno». In quelle terre, spiega Giuseppe Conte, «i sensi diventano spirito, lo spirito si cala nei sensi».

Libano

In Libano ritrovò la «terra materna, la culla del mondo». L’Oriente di Nerval, scrive il curatore Bruno Nacci «è abitato di donne, e come la sfinge parla solo per enigmi». Ovunque Gerard vorrebbe suggellare con un matrimonio quell’unione mistica. Ma ogni volta le nozze gli sfuggono e l’elevatezza dei luoghi sacri viene smentita dalla prosaicità e dalla ferocia degli abitanti. Intanto evita i missionari e ammira la longanimità dei dervisci, pronti a fondere fedi e dogmi. «In Grecia mi sono sentito pagano, in Egitto mussulmano, tra i drusi panteista e sul mare devoto agli astri divini della Caldea, ma a Costantinopoli ho capito la grandezza della tolleranza universale esercitata dai turchi».

Preferì tralasciare l’antica Tebe: «I costumi delle città vive sono più curiosi da osservare dei resti delle città morte». Osservò perplesso il mercato delle schiave. Le nere sedevano su delle stuoie e fumavano ridendo. Gli stracci blu lasciavano largamente vedere i loro corpi perfetti. I mercanti le facevano spogliare, aprivano loro la bocca e vantavano l’elasticità del petto, ma Nerval non era stato attratto dai loro volti. Sedotto dall’esotica bellezza di una giavanese, la comprò senza sapere gli infiniti guai in cui sarebbe incorso.

Al momento di tornare da quel un viaggio misero e fascinoso, l’esperienza sembrò dissolversi come una nebulosa: «L’Oriente per me è solo uno di quei sogni del mattino, a cui succedono in breve giorni noiosi».

Venne più volte ricoverato. Ma gli amici facevano pressione perché lo facessero uscire e di tanto in tanto gli venivano accordate delle giornate di libertà. All’inizio tutto sembrava andare per il meglio, poi Nerval non resisteva al desiderio di rivelare che sotto un albero delle Tuileries era sepolto un tesoro o che i pesciolini rossi della fontana gli avevano svelato la passione della regina di Saba per lui. Quando le sue stranezze sembravano attenuarsi, il celebre dottor Blanche gli consentiva dei viaggi, durante i quali Gerard lo subissava di lettere fitte di dubbi e di malinconie. A tratti gli sembrava di essere guarito e di poter intraprendere speculazioni commerciali, poi accusava il medico di essere invidioso del suo talento e minacciava di scatenare contro di lui fantomatici, onnipotenti protettori. Una sera venne sorpreso nudo per la strada. Aveva deposto, spiegò, i suoi abiti terrestri per alzarsi in volo. Solo l’accentuarsi dell’esaltazione, il «Sole nero della malinconia», indusse Blanche a togliergli la libertà, ma la Società dei Letterati, sollecitata da Nerval, gli intimò di nuovo di liberarlo. Pochi mesi dopo Gerard s’impiccò, scrisse Baudelaire, per «liberare la sua anima nella strada più nera che riuscì a trovare».

Viaggio in Oriente, Gérard de Nerval, A cura di Bruno Nacci, con invito alla lettura di Giuseppe Conte, Edizioni Ares, Milano, pagg. 704, € 24

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti