In mostra

L'orizzonte lunghissimo di Damien Hirst: dalla pittura figurativa alla criptoarte

La psichedelica serie esposta a Parigi è nata per emozionare. E Roma dedica un doppio tributo allo showman dalle quotazioni stellari

di Beatrice Hodgkin

Damien Hirst nel suo studio a Londra, insieme ad alcuni quadri della serie “CherryBlossoms”. Foto Alexander Coggin.

8' di lettura

Nel centro di Londra, in uno spazio industriale in cima a un grattacielo, c'è un frutteto di ciliegi. Sui rami fioriti, sospesi in aria in un'astratta canopia di tele alte due, tre, anche sei metri, il rosa psichedelico contrasta un cielo perfettamente blu. Dipinti da Damien Hirst oltre tre anni fa, questi rami in fiore hanno raggiunto il loro zenit nel suo ultimo anno di lavoro, in completo isolamento e, fino al 2 gennaio 2022, 30 tele (da una serie completa di 107) sono esposte alla Fondation Cartier, a Parigi. Ho visitato questo frutteto speciale un paio di giorni prima dell'equinozio di primavera. A Londra le strade erano quasi deserte, ma bulbi e germogli colorati esplodevano qua e là in piccoli fazzoletti di verde urbano come se ignorassero il lockdown, erano una promessa di ripresa e di speranza.

Questa sensazione è ancora più evidente quando si entra nello studio: «Uno spazio in cui si mixano piacere e paura... che mette lo spettatore al centro di una silenziosa vertigine di ciliegi in fiore», scrive lo storico dell'arte giapponese Michio Hayashi nel voluminoso catalogo della mostra. Un autentico coup de foudre: così Hervé Chandès, direttore della Fondation Cartier, mi descrive il primo momento in cui è entrato nel suo mondo.

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Sopra, il dittico “Renewal Blossom” (2018). Prudence Cuming Associates, Damien Hirst and Science Ltd, Dacs 2021, Siae 2021.

 

«Coup de foudre?», chiede Hirst, quando glielo riferisco. «So che cosa vuol dire coup d'état e tour de force, ma coup de foudre no», dice ridendo. L'artista, 55 anni, si sistema bene sulla poltrona e si rilassa. Ha i capelli rasati, indossa occhiali colorati da enfant terrible, una camicia nera schizzata di vernice e una felpa con cappuccio. Un coup de foudre, gli spiego, è un colpo di fulmine. «Di sicuro volevo creare un'esperienza visuale capace di avvolgere e coinvolgere completamente», mi dice. «Volevo bypassare tutte le facoltà di giudizio e afferrare dall'interno, emotivamente. Un po' come quando cammini, svolti l'angolo e... mamma mia, che sorpresa, wow. È uno spettacolo unico, assurdo, con colori fluorescenti. È un caos, anche violento... Ma di una violenza diversa, positiva». Di sicuro diversa dal suo minaccioso squalo in formaldeide del 1991, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, che è stato venduto – così si dice – per 12 milioni di dollari al collezionista americano Steven A. Cohen, e fece di Hirst un nome noto a tutti nel mondo.

Diversa anche dalla violenta separazione raffigurata in Mother and Child (Divided) del 1993, la scultura con cui l'artista vinse il Turner Prize – composta da quattro grandi teche di vetro piene di una soluzione di formaldeide in cui sono immersi una mucca e un vitello tagliati a metà in lunghezza.

Questi nuovi quadri si discostano molto dalla magniloquenza di Treasures from the Wreck of the Unbelievable, la sua epica mostra del 2017 a Venezia, di cui oltre 80 opere sono esposte fino al 7 novembre alla Galleria Borghese di Roma. La mostra Archaeology Now, a cura di Anna Coliva e Mario Codognato e realizzata con il supporto di Prada, crea un proficuo dialogo tra i capolavori del museo e i pezzi contemporanei di Hirst. Il suo completamento ideale sono i lavori esposti in Forgiving and Forgetting, fino al 23 ottobre alla Gagosian Gallery di Roma, che riunisce figure mitologiche di ogni cultura, da Minnie ai faraoni, scolpite in marmo rosa del Portogallo e bianco di Carrara, e gli ultimi dipinti della serie Reverence Paintings, una reinterpretazione di Cherry Blossoms con dinamiche macchie di colore e tocchi di foglia d'oro su tele bianche.

“Female Archer” (2013) esposta alla mostra Archaeology Now, all'interno della Galleria Borghese di Roma. Foto A. Novelli, Courtesy Galleria Borghese.

 

Proprio questa mostra sembra una sorta di ponte fra la personalità anticonformista, da showman di Hirst – raccontata anche dalle recenti sculture monumentali a St. Moritz, dal suo anno come curatore alla Gagosian di Britannia Street, a Londra e dall'annuncio di un progetto sulle criptovalute – e il suo lato più intimista, rappresentato da Cherry Blossoms. «Mi godo il suo giubilo, la sua felicità, la sua libertà», dice Chandès dell'energia che emana la serie. «Quando dipingo queste tele mi sento vivo», mi spiega Hirst. «Assorbono tutta la mia energia vitale. Bisogna mischiare i colori in grandi secchi, salire su una scala, lanciarli sulla tela da lontano».

La fioritura dei ciliegi lo affascina da tanto tempo. Ricorda quando – aveva tre o quattro anni e viveva a Leeds – rimaneva per ore a guardare sua madre, che faceva la stenografa, mentre dipingeva un ciliegio in fiore. In una tazza c'era un misto di acqua ragia e di colori, una volta si era anche bevuto quel liquido ed era stato «abbastanza male», ma il ricordo di ciò che dipingeva e di quei colori era rimasto vivido. Molti anni dopo, lo ha incantato il ciliegio che vedeva dalla camera da letto della sua casa nel Devon. «Ho capito che quell'albero era molto importante per me, rappresentava il passare del tempo: un anno, un altro ancora. Per un certo periodo è stato come un orologio. E lo adoro per questo: per il significato che in Giappone ha la fioritura dei ciliegi, il sakura: ottimismo e tristezza insieme... rinnovamento, caducità e morte».

Da una parte, il simbolo della fioritura dei ciliegi è un cliché, dice Chandès, quasi «tacky», lo definisce Hirst. Dall'altra, la tensione che esprime tra la bellezza fugace della vita, la velocità in cui sfiorisce e il ciclo del rinnovamento ha un'intensità emotiva, un pathos che «illumina tutti i suoi lavori realizzati finora», spiega Chandès. La sensazione di perdersi tra quei rami è una «lezione di anatomia sugli organi interni di un albero», come lo sono stati gli animali sezionati in formaldeide.

L'artista indica come un punto di svolta la serie Veil del 2017 che, dopo i suoi famosi spot paintings, i cui punti colorati sono stati anche creati a macchina o realizzati dai suoi numerosissimi assistenti, lo aveva visto ritornare a una pittura gestuale che attingeva all'espressionismo astratto: de Kooning, Pollock, Rothko.

“Veil of Perfect Harmony” (2017). Prudence Cuming Associates, Damien Hirst and Science Ltd, Dacs 2021, Siae 2021.

 

I Cherry Blossoms riecheggiano gli spot paintings perché la tecnica è la stessa, anche se lo stile è decisamente più figurativo. Come nel caso di Veil, sono stati concepiti in serie: dovevano essere 90, ma il lavoro in isolamento dovuto alla pandemia alla fine ne ha portati 17 in più.

Il percorso verso la pittura figurativa non è stato facile per Hirst. «Credo di avere sempre voluto, fin dall'inizio, fare il pittore», dice. Tra le sue fonti di ispirazione cita i colori di Bonnard, il caos organizzato di Pollock, i dipinti in grande scala degli espressionisti astratti, le tecniche dei puntinisti, anche certi quadri di Howard Hodgkin, perfino di Turner («sebbene quelli di Turner siano più piccoli, i loro colori sono come un vortice»). Eppure rivela di non sentirsi a suo agio con il figurativo, lo fa sentire vulnerabile.

«Nel 2009, Lucian Freud mi aveva avvicinato all'inaugurazione di Blue Paintings alla Wallace Collection», dice ricordando quella mostra di quadri dall'atmosfera cupa che fu quasi universalmente stroncata, «e mi aveva detto: “Non sapevo che fossi in grado di dipingere”. Mi ero chiesto: “Lo dice con sarcasmo?”. Naturalmente no, non era così, perché lui veniva da quella generazione e da quel periodo. Mi ricordo di aver poi pensato: “In realtà è un complimento, non è un'osservazione negativa”. Però mi ero sentito a disagio».

Hirst si è perciò avvicinato a questa nuova serie con «un po' di paura». Ma l'ha superata. «All'inizio mi piaceva che i quadri fossero una via di mezzo tra figurativo e astratto», dice. «Ho sempre immaginato di guardare la canopia dei rami dal basso, non c'era un sopra e un sotto. Ma poi, verso la fine, ho cominciato a dipingerne il tronco, e sono diventati molto più radicati a terra. Mi piaceva che somigliassero di più a un albero, cosa che prima temevo». Per un artista la cui forza è il concettuale, è facile capire il perché.

È stato un percorso stilistico, ma anche emotivo. «Forse c'è una ragione per cui i tronchi sono diventati parte dell'opera», continua. «All'inizio mi sentivo come disconnesso dalla terra, alla fine invece volevo esservi fortemente radicato». Il Covid ha avuto un ruolo, inevitabilmente ma anche inaspettatamente. «Quest'anno ho scoperto che sto accettando di più l'idea della morte, o qualcosa del genere, cosa che non ho mai pensato sarebbe successa. Ho sempre creduto che per me sarebbe rimasta un mistero, ma ora è come se la sentissi una parte naturale della vita, più di quanto abbia mai fatto. Intendiamoci, continuo a non desiderarla, nessuno vuole morire, ma, come dire, si nasce, ci si guarda intorno, si muore. Mentre prima pensavo: nasci, ti guardi intorno, è davvero un peccato morire. Ora penso che abbia senso».

“The Valley of the Shadow of Death Blossom” (2019). Prudence Cuming Associates, Damien Hirst and Science Ltd, Dacs 2021, Siae 2021.

 

Questa è la prima mostra di Hirst in un museo francese. Chandès, direttore dal 1994, negli anni ha reso la Fondation Cartier sinonimo di mostre e programmi coraggiosi che mixano provocazione ed ecologia: da Matthew Barney (1995) a Yanomami, Spirit of the Forest nel 2003. Dopo aver visto su Instagram nel 2019 i ciliegi in fiore di Hirst, grazie ad alcuni amici Chandès ha organizzato un incontro nello studio dell'artista, si è innamorato di quello che definisce l'«eccesso di bellezza» dei suoi lavori e gli ha offerto immediatamente di organizzare una mostra. Il poderoso catalogo (70 euro) è una prova dell'impegno della Fondation nell'esposizione e della fiducia in Hirst pittore: oltre alle versioni a colori di tutti i 107 pezzi, contiene un'antologia culturale sulla fioritura dei ciliegi e quattro saggi firmati da critici internazionali che ne approfondiscono la poetica e il contesto, culturale e botanico.

A differenza del pubblico inglese e italiano, Hirst è una figura abbastanza misteriosa per quello francese, dice Chandès, nonostante François Pinault, fondatore del gruppo Kering, sia stato tra i suoi primi collezionisti. «Damien è noto perché è un nome importante, ma non ha mai esposto in Francia. Parliamo perciò di quello che noi pensiamo lui sia, della sua fama, ma non di come sono davvero le sue opere». Da subito Chandès si è convinto che il pubblico sarebbe stato sedotto dai suoi quadri.

Il successo della vendita, a 3mila dollari l'una, delle stampe di Cherry Blossoms insegna. Disponibili solo per sei giorni attraverso la Galleria Heni Leviathan, hanno incassato 22,4 milioni di dollari. I compratori potevano acquistarle anche in criptovaluta, un assaggio di altri crypto scherzi in arrivo. Subito dopo, con una mossa che si colloca all'estremo opposto rispetto ai quadri con i ciliegi, Hirst ha annunciato The Currency, un progetto di arte Non-Fungible Token, che gioca con proprietà, denaro, cambi, sistemi di valore, e l'idea della stessa arte come valuta.

Nel mondo dell'arte si parla molto di NFT, il codice unico per le opere digitali (e le loro rappresentazioni alfanumeriche) che rende possibile dimostrarne la proprietà. Pochi giorni prima che Hirst e io ci parlassimo, Christie's aveva venduto per 69,3 milioni di dollari in criptovaluta, l'opera d'arte digitale di Beeple Everydays: The First 5000 Days a un imprenditore e collezionista di NFT identificato con il nome di “MetaKovan”. Le 10mila opere di The Currency, che hanno il loro corrispettivo in file digitali registrati sulla blockchain Palm, una piattaforma NFT più efficiente e sostenibile, sono state vendute a 2mila dollari l'una tramite il marketplace Heni. Hirst è affascinato dall'indignazione generale: «Alcuni si preoccupano che le gallerie abbiano i giorni contati. Io penso che ci sarà sempre posto per tutti. È solo un mondo eccitante, nuovo, che sembra importante. Non so dove ci porterà». Si concede però un parallelismo con il vecchio sistema: «Non avremmo i musei se le persone non possedessero quadri e non li lasciassero in eredità. È lo stesso con gli NFT. Mi piace che l'arte digitale possa essere riprodotta, ma solo tu ne puoi essere il proprietario, perché hai un codice».

La palette di colori pastello usata da Hirst in questa serie di lavori. Foto Alexander Coggin.

 

Continuando a chiacchierare, scopro che il figlio 15enne, il più giovane dei tre, qualche anno fa gli aveva fatto conoscere Beeple. Gli era piaciuto. «Ho pensato che dovevo parlargli, fargli mettere quelle immagini su tela e offrirgli di fare una mostra in Newport Street (dove Hirst ha una galleria, ndr)», dice. «Ora ci ripenso, e porca miseria... non ce n'era bisogno. È incredibile. Non c'è più bisogno di modalità tradizionali. È tutto un altro modo».

Adesso, però, rimane la piccola questione di una mostra “IRL” (ovvero In Real Life), con quadri esposti in un grande museo. Roba vecchia scuola, forse anacronistica. Ma, per dirla con le parole di David Hockney, «non puoi fermare la primavera», non importa quanti blockchain e NFT ci siano. E Hirst conclude: «Se ami l'arte, i colori, la pittura, è difficile che non ti piacciano i quadri».

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