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L’oro allunga il passo e grazie alla speculazione sfiora 1.420 dollari

di Sissi Bellomo


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(Marka)

3' di lettura

L’oro si è lasciato alle spalle anche la barriera dei 1.400 dollari l’oncia, proseguendo la corsa fino a sfiorare quota 1.420 dollari – un record da sei anni – subito dopo l’annuncio di nuove sanzioni statunitensi contro l’Iran, che ha riacceso la fuga dal rischio sui mercati.

Anche i titoli di Stato Usa hanno reagito bruscamente, con il rendimento dei Treasuries a dieci anni che è sceso al 2,0125%: un nuovo affondo verso una soglia cruciale per i fondi algoritmici, che la settimana scorsa aveva cedutoper la prima volta da novembre 2016.

Anche l’oro aveva già testato la resistenza dei 1.400 dollari l’oncia e addirittura era balzato brevemente sopra 1.410 dollari venerdì, quando si era temuto un imminente attacco militare Usa contro Teheran. Dopo un ritracciamento, il metallo prezioso ieri è ripartito di slancio, sostenuto da intensi acquisti speculativi: le quotazioni, in rialzo di oltre l’1%, hanno raggiunto un picco intraday di 1. 416,84 dollari sul mercato spot londinese.

Determinanti si stanno rivelando gli acquisti degli hedge funds, che nella settimana al 18 giugno (quindi prima della riunione del comitato monetario della Federal Reserve) hanno ulteriormente accentuato l’esposizione rialzista al Comex: le posizioni nette lunghe sono aumentate del 21% a 190mila lotti, un record da 16 mesi.

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Da allora è molto probabile che la tendenza sia proseguita, con ulteriori posizioni corte liquidate – forse anche frettolosamente – quando la Fed si è mostrata ancora più «colomba» del previsto. Molti analisti non solo danno per scontato un taglio dei tassi di interesse Usa a luglio (che sarebbe il primo dal 2008), ma sono anche convinti che sarà di ben 50 punti base.

Nel nuovo scenario di politiche monetarie anche gli Etf sull’oro sono tornati ad attirare forti acquisti: il patrimonio complessivo, secondo Bloomberg, è aumentato di 32 tonnellate nella sola giornata di venerdì, un balzo che non si verificava dal 2016.

Nel caso dell’Spdfr Gold Trust, il più grande di questi strumenti finanziari, sempre venerdì c’è stato un aumento del 4,6% degli asset in gestione, per un valore di 1,6 miliardi di $. Si tratta in assoluto dell’incremento giornaliero più consistente nella storia del fondo, creato nel 2004.

La ricerca di beni rifugio contribuisce senza dubbio a spingere gli investitori verso l’oro. E non ci sono solo le tensioni in Medio Oriente. A dominare l’attenzione, alimentando l’avversione al rischio, c’è anche la ripresa delle trattative commerciali Usa-Cina: l’esito dei colloqui tra Donald Trump e Xi Jinping, durante il G20 del prossimo weekend, potrebbe modificare gli scenari dell’economia globale nei prossimi mesi.

Ad esercitare l’influenza maggiore nei confronti del lingotto sono comunque le banche centrali, le cui politiche – proprio di fronte ai rischi per la crescita – si stanno facendo sempre più accomodanti. La Fed in particolare è stata di forte sostegno alle quotazioni del metallo.

Il dollaro, inversamente correlato al lingotto, è sceso ai minimi da tre mesi rispetto alle principali valute. E la discesa del rendimento dei Treasuries – benché tutt’altro che isolata in un mondo in cui ci sono oltre 13mila miliardi di dollari di obbligazioni a cedola negativa – ha lanciato un segnale molto forte, decisivo per spingere l’oro oltre barriere tecniche che resistevano da tempo.

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