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L’oro brilla meno per le banche centrali: dimezzati gli acquisti

Le riserve auree fino a poco tempo fa crescevano a ritmi da primato. Ora non più. Gli acquisti netti calano dallo scorso agosto e a gennaio risultano più che dimezzati rispetto alla media 2019

di Sissi Bellomo

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(Reuters)

Le riserve auree fino a poco tempo fa crescevano a ritmi da primato. Ora non più. Gli acquisti netti calano dallo scorso agosto e a gennaio risultano più che dimezzati rispetto alla media 2019


2' di lettura

Le banche centrali continuano a sostenere l’oro, ma solo con il taglio dei tassi di interesse. L’accumulo di riserve auree si sta infatti prosciugando. A gennaio gli acquisti netti si sono ridotti a 21,5 tonnellate, meno della metà della media mensile dello scorso anno, che era di 52,3 tonnellate. Rispetto a gennaio 2019 la contrazione è del 67%.

È quanto emerge dalle ultime statistiche del World Gold Council (Wgc), ancora suscettibili di variazioni ma che comunque segnalano una netta inversione di rotta: nel 2018 gli acquisti di oro del cosiddetto settore ufficiale avevano raggiunto i massimi da oltre 50 anni, praticamente dalla fine degli accordi di Bretton Woods.

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L’accumulo di lingotti – legato in buona parte alla volontà di diversificare dal dollaro – era proseguito anche nel 2019. Dallo scorso agosto tuttavia, osserva Krishan Gopaul del Wgc, ha preso piede «una chiara tendenza» ossia «il costante declino del livello mensile di acquisti netti».

La Russia, ricca di miniere d’oro e tuttora nel mirino delle sanzioni Usa, continua ad aumentare le riserve auree a scapito del dollaro: attraverso la banca centrale a gennaio ha acquistato 8,1 tonnellate di lingotti, superata solo dalla Turchia (16,2 tonnellate). Le riserve auree sono aumentate anche in Kazakhstan e Mongolia (in entrambi i casi di una tonnellata).

La Cina – almeno ufficialmente – ha invece smesso di comprare oro da ottobre. E qualcuno sta vendendo: un calo delle riserve è stato segnalato a gennaio dall’Uzbekistan (-2,2 tonnellate) e dal Qatar (-1,6 tonnellate).

«La recente tendenza non dovrebbe essere ignorata – avverte Gopaul – ma non si dovrebbe nemmeno perdere di vista il fatto che le banche centrali rimangono acquirenti nette, anche se a livelli minori rispetto a quelli che ci siamo abituati ad aspettarci negli ultimi due anni».

Il Wgc non avanza nessuna ipotesi sulle cause. Ma l’oro potrebbe semplicemente essere diventato troppo caro: le quotazioni in dollari hanno guadagnato il 18% l’anno scorso e circa il 7% quest’anno, quando hanno raggiunto un record dal 2013, vicino a 1.690 dollari l’oncia.

In quasi tutte le altre maggiori valute l’oro si è spinto addirittura ai massimi storici, con rincari che – soprattutto in Asia – stanno scoraggiando i consumi anche in gioielleria.

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