Scurati vince il Premio Strega 2019

Marconi e Durastanti. Romanzi«in trasferta» per una gioventù in fuga

L’orrore a definirsi di una generazione

La migrazione torna a essere un tema narrativo centrale, mentre sul piano stilistico maturano nuovi ripensamenti della lingua della prosa italiana

di Gianluigi Simonetti


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4' di lettura

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, quando la società italiana era scossa da tensioni violente, molti dei nostri più vivaci narratori esordienti presero a scrivere romanzi per così dire “in trasferta”: proiettandosi cioè in territori stranieri e lontani. Nascono così, da questo bisogno di fuga dagli anni di piombo, libri importanti di quella stagione letteraria: Altri libertini di Tondelli o Seminario sulla gioventù di Busi dove la provincia emiliana e lombarda è una rampa di lancio per l'Europa del Nord; Treno di panna di De Carlo – che si svolge per intero a Los Angeles – o Lo stadio di Wimbledon di Del Giudice, tra Mitteleuropa e Inghilterra. Romanzi centrifughi anche linguisticamente, in allontanamento della nostra tradizione narrativa: il gergo di Tondelli, l'affabulazione di Busi colta e popolare, il raccontare asettico di De Carlo, la visività cristallina di De Giudice.

Oggi l’Italia è di nuovo percorsa da tensioni e rancori, meno sanguinari rispetto agli anni di piombo e di tutt'altra natura, ma altrettanto capaci di scatenare incertezze, paure e rifiuti; non è forse un caso che appaiano a distanza di poche settimane – e insieme finiscano nella dozzina dello Strega – due libri che esprimono sentimenti di estraneità alle radici e volontà di fuga. La migrazione torna a essere un tema narrativo centrale, mentre sul piano stilistico maturano nuovi ripensamenti della lingua della prosa italiana.

La Città irreale di Cristina Marconi, all'esordio nel romanzo, è Londra, città in cui si trasferisce la romana Alina, rinunciando al posto fisso che rischiava di trattenerla nella guazza italiana. A Londra finisce anche la giovane protagonista de La Straniera, di Claudia Durastanti, che più che un romanzo è un memoir; comincia parlando dei genitori italiani emigrati negli USA, e della propria infanzia a Brooklyn; poi si sposta in un paese sperduto della Val d'Agri, dove la narratrice si stabilisce a sei anni in compagnia della madre, sorda come il padre (l'università, anni dopo, la farà a Roma: luogo meno esotico e straniero, quindi meno raccontato). Straniera del resto si sente anche Alina, perciò Londra la chiama a sé («Ci vogliono secoli di regole non scritte, di passaggio di mercanzie e di abitudine agli stranieri per diventare Londra»).

La città irreale attira la sua generazione - «a volte mi sembra che tutti quelli come noi siano qui» - proprio perché è irreale: magnete potente per chi un po' non può scegliere e un poco non vuole. Se tutti ci vanno, tutti ci devono andare: Londra di tutti e di nessuno è il luogo ideale per azzardare un equilibrio difficile, diventare qualcuno o qualcosa, e al tempo stesso essere liberi – liberi per esempio di differire tutte le decisioni irreversibili. Per Alina, infatti, felicità e libertà coincidono («era felice e libera»); ma se troppa libertà immobilizza («ero in preda a un eccesso di libertà che mi paralizzava»), troppo poca rallenta e deprime: «con un contratto a tempo indeterminato (…) mi sentivo pacificata, non certo felice». Il primo obiettivo è ottenere un buon lavoro, perché «i problemi lavorativi sono molto più credibili di quelli sentimentali»; il secondo è usarlo per tergiversare. Marconi racconta una giovane stirpe che ha orrore di cristallizzarsi in una forma concreta e fallibile, in una immagine ferma, in un paese solo.

I ritratti generazionali più efficaci sono spesso quelli involontari: a partire da materiali privati e da una vicenda familiare singolarissima anche Claudia Durastanti, nella Straniera, descrive la difficoltà cronica ad assumere una forma stabile: «mi sforzavo di essere una cosa sola, come di cose sole non ce n'erano state». Lo sfarinamento circostante è lo stesso tratteggiato da Cristina Marconi, medesimo il contesto storico e analoghi perfino i riferimenti alla Brexit, nel segno comune di un'Europa che muore. In compenso è diverso lo stile, probabilmente perché diversissima è l'estrazione sociale (di autore e personaggi). Marconi straniera per scelta, racconta una storia borghese, in possesso sicuro del lessico, articolata nella sintassi e ironica fino all'autoassoluzione; Durastanti straniera per nascita, lumpen per estrazione e punk per estetica, fa del possesso impossibile una poetica e una forma di stile, in cui comico e tragico convivono. Scrive in un italiano-non-italiano, un broken italian privo di anglismi ostentati ma strutturalmente alieno; può sconcertare o sedurre, a seconda di quanto straniero nella casa del linguaggio il lettore stesso sia disposto a sentirsi.

I modelli vanno da Topolino ai romanzi gotici, dalle canzoni rock agli scrittori americani di strada (Hubert Selby jr, Kerouac, anche Fitzgerald); alla fine qualcosa di molto simile alla «lingua di un adolescente mutuata dai telefilm doppiati in italiano». Nel precedente di Durastanti, Cleopatra va in prigione, ambientato nella periferia di Roma, l'effetto era straniante, un poco artificiale; ne La Straniera lingua e tema invece coincidono, il progetto è più consapevole e più convincente il profilo sociale; con qualcosa di coraggioso, o forse kamikaze, che fa giustizia di molti cliché.

Ciò che è più interessante, comunque, è che attraverso esperienze diverse, personalità irriducibili e traiettorie anche opposte – Alina da Roma a Londra, Claudia da New York alla Basilicata – Durastanti e Marconi arrivino a conclusioni assai simili. Per Alina «nessuno vuole raccontare la propria storia per quello che è»; per Claudia «siamo tutti di una classe che si traveste da qualcos'altro». Nella mistificazione universale, e nella globale irrealtà, anche il viaggio somiglia a un pretesto, a una festa della diversità che occulta le analogie più profonde («In Basilicata ho ritrovato la stessa dispersione dei sobborghi americani»; «tutto il mondo è diventato mia madre»). L'arte del romanzo consiste anche nel rovesciare i luoghi comuni: la ricerca perenne di altrove è servita a scoprire che in un certo senso siamo tutti qui.

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