MultinazionalI

L’ossessione sana di Montipò: «Crescere mi dà sicurezza»

Il gruppo reggiano ha chiuso 65 acquisizioni in 40 anni. Il segreto? «Cambio e cresco, sperabilmente in meglio, perché sono vivo. Ormai è una dipendenza»

di Marco Ferrando


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Fulvio Montipò è presidente e amministratore delegato di Interpump, che ha fondato nel 1977

4' di lettura

Giusto il tempo di approvare la semestrale della sua Interpump, poi Fulvio Montipò ha chiuso bottega per un paio di settimane. Non è andato lontano: è a Reggio Emilia, e di qui in questi giorni d’agosto segue l’attività del gruppo e un’estate tutt’altro che banale, tra ombre di recessione, mercati volatili e una crisi di governo che aggiunge ulteriori elementi di incertezza. Preoccupato? «Ovviamente», dice Montipò in questa chiacchierata con Il Sole 24 Ore, nata per alzare un po’ lo sguardo ma inevitabilmente risucchiata dall’ennesima resa dei conti sulla pelle dell’Italia, dei suoi cittadini e delle sue imprese. «La preoccupazione più forte», confessa, «è osservare quante cose buone il nostro Paese ha bisogno di fare e quante poche vengano realizzate e in tempi troppo lunghi. Il nostro è un Paese meraviglioso dalle mille opportunità ed è doloroso vederlo vivere nell’incertezza».

Dalla politica all’economia, i problemi si accavallano anziché risolversi. Da dove occorre partire?
Potessi farlo, pregherei coloro che hanno responsabilità, di pensare anzitutto al lavoro: per custodirlo, proteggerlo e incoraggiarlo. Il lavoro è il seme nobile di civiltà, di crescita e di ricchezza generalmente intesa per tutti.

In teoria il lavoro è la priorità per tutti, ma gli interventi strutturali stentano e alla fine - come ha documentato Il Sole nelle scorse settimane - succede che la domanda non si incontri con l’offerta. Come spiega questa asimmetria ormai strutturale?
È abbastanza naturale che le condizioni di benessere spostino l’interesse dei giovani sulle tematiche umanistiche. Non a caso il fenomeno riguarda soprattutto la vecchia Europa, dove anche in Interpump constatiamo che è più facile trovare figure con formazione in discipline classico/umanistiche che non tecnico/professionali. È un processo culturale la cui correzione comporta tempi medio lunghi.

Non è l’unico. Non vede anche Lei l’Italia assediata da barriere culturali, infrastrutturali, economiche?
È l’elemento culturale a essere decisivo in qualsiasi ambito: chi pensa che il proprio borgo sia il più bello del mondo, difficilmente costruirà fuori dal borgo.

La storia di Interpump, e per fortuna non solo, è invece una storia di crescita, interna ed esterna, come dimostrano le oltre 65 acquisizioni in tutto il mondo. È un’ossessione, la sua?
Se l’ossessione è un pensiero costante e testardo, allora probabilmente sì. Un’ossessione buona che aspira a essere migliori, più forti e più sicuri. Crescere è un’ossessione alla ricerca di sicurezza perché crescere è sicurezza, e ti consente di vincere le sfide più ardue, molte inimmaginabili.

Ma è sicuro che crescere fa vivere meglio?
La crescita e i mutamenti che questa comporta sono l’essenza stessa del vivere. Cambio e cresco, sperabilmente in meglio, perché sono vivo. Io penso che cresci solo se cambi, se muti, se fai uso delle tante esperienze che la vita ti offre. Finisci per averne bisogno: diventa una dipendenza, cerchi la vita perché hai bisogno di vivere.

Interpump ha dato prova di una crescita esponenziale sia nelle dimensioni che nella capacità di innovare, entrambi fattori di complessità: come si bilanciano pensiero e azione nella gestione di una multinazionale?
Il rapporto fra pensiero e azione resta fondamentale nell’attività dell’intraprendere: il rapporto deve essere il più pulito, il più snello, il più rapido possibile. In una multinazionale la differenza non è tanto la dimensione, ma il rapporto che tu hai con l’impresa: se il rapporto è intenso le difficoltà fra il piccolo e il grande si riducono fin quasi ad appiattirsi.

La storia della sua azienda è un concentrato di identità, tecnica e valoriale, e innovazione: che cosa deve prevalere nel dna di un’azienda e di un imprenditore?
Non ho ricette pronte da divulgare, anche se intimamente ho convinzioni precise. Lei mi chiede quale ingrediente deve prevalere, allora ne scelgo uno che prova a fare sintesi. L’imprenditore, quindi l’azienda deve possedere prepotente “il desiderio del meglio”, l’incessante bisogno di essere migliori. Migliori nel prodotto, nell’organizzazione, nell’efficienza, nelle condizioni di ambiente e di vita della comunità aziendale, migliori in ogni espressione. Tradotto: il bisogno forte di crescere, di essere più belli e più capaci, e quindi migliori. Il primo e più importante ingrediente del Dna è un’”ossessione buona”.

Una curiosità: quando decide di comprare un’azienda cos’è la prima cosa guarda? E qual è la prima voce di bilancio a cui bada? L’utile, la posizione finanziaria, i ricavi, il cost/income?

La cosa prima a cui presto attenzione è quale indice di equilibrio esprime l’azienda. L’equilibrio esprime la quantità di buon senso, quindi di buon governo. Il valore di impresa non è sempre e solo il suo fatturato, il suo utile, il suo prodotto e i suoi fondamentali, ma anche l’anima culturale, l’insieme dei valori che la alimentano. Sui fondamentali si può lavorare con più facilità se l’anima culturale è di qualità. Un’azienda che esprime un buon equilibrio, un’anima di buon senso, è normalmente una azienda con basso indice di rischio e un buon potenziale di futuro.

La Borsa, e il mercato in generale, sono più un rischio o un’opportunità per le aziende italiane?
La Borsa in sé non è né buona né cattiva: dipende naturalmente dal progetto generale di ogni singola impresa. La Borsa significa di certo un carico di adempimenti che richiedono una struttura adeguata. Per contro è scuola di educazione, di trasparenza e quindi di crescita. La Borsa Italiana è comunque non molto grande e paga multipli normalmente più bassi rispetto ad altre più importanti.

I tassi bassi per un periodo prolungato hanno moltiplicato le offerte dei grandi fondi di private equity per aziende grandi e piccole italiane: che ne pensa?
È vero! I Fondi di Private Equity sono una presenza forte sul mercato dell’M&A, e lo segnano in maniera robusta sul piano delle valutazioni. Certo rappresentano una opportunità, ma anche una tentazione, per le società che pensano di finanziarsi o di vendere.

Che cosa sarà Interpump tra 20 anni?
Non ho ovviamente alcuna attitudine da preveggente. Le posso dire cosa spero e immagino: Interpump sarà sensibilmente più grande e più forte, conservando il quadro di valori che l'hanno caratterizzata fino ad oggi facendola bella, stimata e apprezzata in ogni parte del mondo».
@marcoferrando77

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