L'analisi

L’ossessione tutta italiana di tenere in vita stabilimenti privi di personale e strategie

di Paolo Bricco

3' di lettura

Le crisi industriali del Nord-Ovest vanno al cuore – in alcuni casi malfermo e talvolta obsoleto – della cultura manifatturiera del Novecento italiano. E, nella loro persistenza e nel loro “congelamento”, dimostrano come gli strumenti pubblici per provare a curarle e a risolverle siano – fra la scala nazionale e il livello regionale – poco efficaci. Questa area del Paese sperimenta, dagli anni Novanta del secolo scorso, una transizione che non è ancora compiuta e che ha lasciato, sul terreno dei mercati e della concorrenza internazionale, molti morti e moltissimi feriti. Le città di Torino e di Genova sono state, per cento anni, due tessere fondamentali del mosaico italiano: l’Italia delle fabbriche, la cultura del lavoro, i cicli produttivi ad alta intensità di capitale, un’idea di società regolata dal conflitto e dalla cooperazione fra sindacati e borghesia manifatturiera. Tutto questo passava anche dalle geometrie cartesiane di Torino e da una Genova paradossalmente chiusa in se stessa e aperta al mondo. Era l’Italia dei monopoli (fino agli anni Ottanta, la quota di auto straniere era rigidamente regolamentata, a protezione della Fiat) e degli oligopoli (l’economia pubblica di matrice Iri, in cui il conto economico delle aziende statali non era un problema). L’ossatura di questo pezzo d’Italia è stata dunque determinata da una idea – gerarchica e rigida - di capitalismo e di società. Poi, però, è successo qualcosa: il mercato, negli anni Novanta, ha provocato l’infragilirsi del tessuto produttivo post-fordista. E, anche nella diversificazione su settori meno connessi alla meccanica, all’automotive e alla meccatronica, la concorrenza internazionale ha prodotto selezioni severe: al di là delle specifiche dinamiche, non deve stupire che tre marchi come Pernigotti (l’agroalimentare in cui in tanti hanno fatto molti soldi negli ultimi trent’anni), come Borsalino (la moda con una componente iconica che, in altri casi, si è trasformata in un business ultra redditizio) e come Piaggio Aerospace (in amministrazione straordinaria, nonostante l’appartenenza ad una delle frontiere tecnologiche più avanzate) compongano bene il paradigma della doppia zoppia dell’industria e delle policy del nostro Paese. Una zoppia che ha un nome preciso: reindustrializzazione. La parola magica pronunciata a Roma – al ministero dello Sviluppo economico e al ministero del Lavoro – e ripetuta ovunque in Italia – negli uffici comunali e negli assessorati regionali, nelle sedi dei sindacati e negli uffici delle associazioni di rappresentanza – con cui ci si ripropone e si progetta di trovare sempre un nuovo investitore che non chiuda mai uno stabilimento che non funziona più. L’ossessione italiana per il mantenimento dello stabilimento aperto – anche se inesorabilmente svuotato di personale e di funzioni strategiche e tenuto artificialmente in vita dal denaro della cassa integrazione – ha avuto un effetto di sclerotizzazione del tessuto produttivo: anziché pensare ad attrarre investimenti, si è preferito finanziare il mantenimento dell’esistente e “moralizzare” la necessità di non chiudere mai nulla. In rari casi la “reindustrializzazione” ha funzionato. Se, a ciò, si aggiunge la crisi del ceto imprenditoriale di prima generazione – soltanto una manciata di neoimprenditori italiani ha creato nuove fabbriche con migliaia di nuovi posti di lavoro -, appare chiaro come le policy pubbliche – nazionali e locali – siano state poco orientate – in termini strategici e di vile denaro – ad accompagnare la transizione tecnologica di comparti fondamentali ma maturi come quelli che caratterizzano il Nord-Ovest. La politica industriale, in Italia, è stata per trent’anni un ospedale da campo e non un reparto di maternità. Poco è stato fatto per favorire le imprese e per sostenere gli imprenditori dei settori ad alto contenuto tecnologico e a maggiore valore aggiunto. Proprio quelli che sarebbero serviti (e che serviranno) al Nord-Ovest, per passare dal post-fordismo all’economia della conoscenza e al terziario più sofisticato, identitario e profittevole.

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