LETTERE

L’ostilità per gli stranieri rischia di allargarsi da Londra a tutta la Ue

di Gianfranco Fabi

2' di lettura

Gentile Fabi,

sono nato a Liverpool, ho la cittadinanza britannica, ma risiedo ormai da molti anni a Milano dove lavoro in una nota società finanziaria. Le scrivo perché mi preoccupa il tono del dibattito inglese sull’utilità di divorziare dall’Europa. Non mi riferisco alle ricadute economiche negative (peraltro già molto evidenti), bensì all’ostentato rifiuto da parte del governo in carica dei valori europei, in particolare riguardo alla libera circolazione delle persone. Per secoli siamo stati, giustamente, orgogliosi di essere all’avanguardia nel promuovere i diritti. Ora, invece, sta tornando prepotentemente in primo piano un nazionalismo che credevo avessimo ormai messo per sempre da parte con la dissoluzione dell’Impero. Senza contare che gli slogan populisti contro gli immigrati “pronti a rubare il lavoro agli inglesi”, utilizzati senza risparmio durante la campagna per Brexit, producono un vertiginoso aumento non solo di crimini a sfondo razziale, ma anche di diverbi nell’intero Regno Unito. Sto seriamente pensando di chiedere la cittadinanza italiana, non sono più orgoglioso di essere un suddito britannico come lo ero un tempo. Mi firmi solo con il mio nome, per favore: anche in Italia non mancano negli ultimi tempi, purtroppo, segnali di ingiustificata ostilità verso gli stranieri.

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Paul

Gentile Paul, la sua lettera è un duplice richiamo. Da una parte un’analisi indubbiamente sofferta della realtà inglese con la crescita delle prese di distanza verso l’immigrazione che hanno creato il clima che, almeno in parte, ha portato al voto per l’uscita dall’Unione europea. Dall’altra l’osservazione che l’ostilità verso gli stranieri rischia di allargarsi anche a Paesi, come l’Italia, che sono stati per anni terre di emigrazione prima e luoghi di accoglienza dopo. Il mondo, dall’America Latina all’Australia, dal Belgio alla Svizzera, è popolato da italiani di seconda, terza o quarta generazione che hanno trovato nei decenni passati lavoro e pur difficile inserimento all’estero.

Ora i tempi sono profondamente cambiati. La crisi economica e la rivoluzione tecnologica stanno facendo crescere non solo le preoccupazioni per il futuro, soprattutto dei giovani, ma anche il rancore verso quanti vengono giudicati in qualche modo responsabili della nuova realtà. E gli immigrati sono in prima fila nonostante costituiscano un fattore, che richiede equilibrio e capacità di gestione politica, ma che è essenziale della società.

Sul tema della cittadinanza ci sarebbe molto da dire. Se ne parla per la riforma in discussione in Italia. Ma al di là delle regole, se ci trova nelle condizioni di scegliere, come Lei, gentile Paul, la scelta non può che essere strettamente personale e basata sui propri progetti di vita. È una scelta di responsabilità perché vuol dire voler partecipare in tutti i modi, anche con il voto oltre che con le tasse, alla società in cui si è deciso di vivere. Mi permetta: l’amarezza verso la piega che ha preso il suo Paese è certamente comprensibile. Ma la speranza è che diventando italiano possa almeno non sentirsi più un suddito, ma un cittadino.

gianfranco.fabi@ilsole24ore.com

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