Dopo le polemiche

L’Ue ritira il decalogo sulla comunicazione politically correct: «salvo» il Natale

Dietrofront della Commissione europea sulle linee guida volute dalla commissaria all’Uguaglianza Dalli su gender e radici cristiane

L'Ue ritira le linee sulla comunicazione inclusiva dopo le polemiche sul Natale

2' di lettura

«L’iniziativa delle linee guida aveva lo scopo di illustrare la diversità della cultura europea e di mostrare la natura inclusiva della Commissione. Tuttavia, la versione pubblicata delle linee guida non è funzionale a questo scopo. Non è un documento maturo e non va incontro ai nostri standard qualitativi. Quindi lo ritiro e lavoreremo ancora su questo documento». Lo dichiara la commissaria Ue all’Uguaglianza Helena Dalli, supervisor delle indicazioni per la comunicazione esterna e interna dell’Ue che, in queste ore, hanno sollevato diverse polemiche, a partire dai riferimenti al Natale.

La trincea «sovranista»

Cosa contenevano queste famigerate linee guida? Meglio «buone feste» che «buon Natale». Via ogni riferimento di genere. Mai presumere l’orientamento sessuale di una persona. Non rivolgersi alla platea con il classico «signore e signori». L’Unione Europea, con il documento interno per la comunicazione delle istituzioni comunitarie, tracciava una sorta di nuovo decalogo linguistico nel segno del rispetto di qualsiasi diversità. Ma sulle nuove linee guida scoppia la bufera sovranista. In Italia e nel resto del continente. «L’Europa cancella le nostre radici cristiane», è stata la trincea issata da Lega e Fdi. Mentre a Strasburgo l’azzurro Antonio Tajani inoltrava immediatamente un’interrogazione scritta alla Commissione per chiedere di modificare le indicazioni.

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La versione di Bruxelles

Bruxelles si è subito difesa: «Non vietiamo o scoraggiamo l’uso della parola Natale, è ovvio. Celebrare il Natale e usare nomi e simboli cristiani sono parte della ricca eredità europea», spiegavano fonti dell’esecutivo europeo. Ma ormai la polemica era ovunque. Il documento di una trentina di pagine ha un titolo inequivocabile: «Union of Equality». Vi si leggeva: «Ognuno in Ue ha il diritto di essere trattato in maniera eguale» senza riferimenti di «genere, etnia, razza, religione, disabilità e orientamento sessuale. Le parole e le immagini che usiamo nella nostra comunicazione quotidiana trasmettono un messaggio su chi siamo e chi non siamo», era la tesi delle linee guida. Una tesi con diverse implicazioni pratiche che l’esecutivo Ue, nel documento, divideva per settori.

Cosa prevedeva il decalogo Ue

In tema di genere erano «preferibili» i nomi e pronomi neutrali. Piuttosto che «he» o «she» (egli o ella), meglio usare un più generico «they» (loro). Mai, inoltre, salutare una platea con «ladies and gentlemen» ma presentarsi semplicemente con «dear colleagues». E se ci si rivolgeva a una donna sarebbe stato sbagliato presumere il suo stato civile: al «signora» o «signorina» va preferito Ms. «In ogni contenuto testuale o audiovisuale va assicurata la diversità» e in «qualsiasi panel va rispettato l’equilibrio di genere», si leggeva ancora nelle linee guida. Che affrontavano anche il tema della disabilità e dell’età. Dire «anziani» può essere offensivo, meglio usare «popolazione più adulta», era l’invito di Palazzo Berlaymont. E piuttosto che scrivere o dire che una persona «è disabile», era preferibile affermare che una persona «ha una disabilità». Quanto al tema dell’orientamento sessuale, mai dire «un gay» ma piuttosto «una persona gay». Usare la formula «una coppia lesbica» e non «due lesbiche». Anche nella rappresentazione di una famiglia vocaboli come «marito», «moglie», «padre» o «madre» non rispecchiano il linguaggio inclusivo voluto dall’Ue. L’indirizzo restava quello della neutralità.

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