Petina Gappah

L’ultimo viaggio del dottor Livingstone

La storia mai raccontata di come i membri africani della spedizione ne riportarono il corpo essiccato e sviscerato. Un viaggio di 285 giorni nell’Africa precoloniale sconvolta dalla tratta

di Lara Ricci

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La storia mai raccontata di come i membri africani della spedizione ne riportarono il corpo essiccato e sviscerato. Un viaggio di 285 giorni nell’Africa precoloniale sconvolta dalla tratta


4' di lettura

La storia dell’esploratore David Livingstone è stata raccontata molte volte, da lui stesso, da Henry M. Stanley che, trovandolo sulla riva orientale del lago Tanganyika, pronunciò la famosa frase «Dr. Livingstone, I presume», da numerosi scrittori, storici e biografi, da fumettisti, registi, persino cantanti: come Hugh Masekela o gli Abba.

Nessuno però si è mai dilungato nel descrivere il suo ultimo viaggio: quello che compì da morto. Non è una metafora né una catabasi, anche se in qualche modo ricorda una discesa agli inferi. Seppellito il suo cuore, il suo corpo eviscerato e seccato fu infatti trasportato da 71 compagne e compagni africani della sua spedizione per 2500 chilometri: da Chitambo (oggi Zambia), dove morì il primo maggio del 1873, fino a Bagamaoyo. Un porto, questo, sulla costa tanzaniana il cui nome significa «deporre il fardello del cuore»: un «luogo di dolore» perché qui persone che erano state padrone di loro stesse spesso non reggevano alla vista delle navi negriere (un fenomeno descritto dallo stesso dottore: «La malattia più strana che abbia visto in questo paese è il crepacuore, che colpisce gli uomini liberi catturati e fatti schiavi»).

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La strana caravana con l’ancor più strano fardello camminò per 285 giorni, dieci di loro persero la vita: temendo di essere catturati dai mercanti di schiavi evitarono le piste più battute seguendo un percorso più lungo. Attraversarono un paesaggio comunque punteggiato di ossa ammucchiate ai piedi degli alberi: quelle degli schiavi che non riuscendo a proseguire erano legati ai tronchi.

A far luce su questo viaggio è Petina Gappah, scrittrice e avvocata dello Zimbabwe, laureatasi alle università di Graz e Cambridge, di cui Guanda ha già tradotto La confessione di Memory. Il nuovo romanzo, basato su fatti realmente accaduti, è raccontato da due narratori inattendibili, che lasciano dunque spazio all’immaginazione e anche all’ignota verità storica. Sono Halima, la cuoca, una schiava figlia di una concubina-schiava del governatore di Zanzibar, donna intelligente, dalla fortissima personalità e dalla lingua oltraggiosa che tutto riferisce a modo suo, e Jacob Wainwright, un giovane yao catturato da bambino e liberato sulla rotta per l’India da una nave degli inglesi, che avevano abolito il commercio di schiavi nell’Oceano indiano e cercavano di fermarlo pattugliando i mari. Inviato a studiare in una scuola missionaria di Bombay, divenuto studente modello, più bianco dei bianchi e invasato cristiano, convinto com’è di detenere la verità impone a tutto il suo sguardo (peccato che il suo vero diario sia stato ritrovato dopo la pubblicazione del romanzo). E se da un lato Halima si chiede come un uomo possa abbandonare i suoi figli «in un terra lontana, fredda, buia e povera, con una madre morta» alcolizzata per «andare in cerca di fiumi», come possa piangere la morte di un cagnolino, liberare una bambina schiava e poi far frustare a sangue un uomo; dall’altro Jacob gli rimprovera di non essere un buon missionario (convertì, per modo di dire, una sola persona), né un buon cristiano, avendo acquistato compagne per gli uomini della scorta, né un coerente antischiavista: accettò l’aiuto dei peggiori mercanti di carne umana.

Ma, pur non essendo una delle tante agiografie, il ritratto che emerge del dottore-esploratore-missionario, eroe vittoriano della fine del XIX secolo, non è denigratorio. Non mira alla distruzione ma alla comprensione di un uomo insieme fanatico e pragmatico, infervorato da quello che nel suo diario definisce «il puro piacere animalesco di attraversare un paese selvaggio», piacere che diventa immenso e si nobilita «quando si viaggia con il preciso obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei nativi».

Del resto Livingstone è stato celebrato anche da leader locali. L’ex presidente dello Zambia, Kenneth Kuanda, l’ha definito addirittura il primo freedom fighter dell’Africa per il suo impegno antischiavista e il grande scrittore nigeriano Chinua Achebe in un saggio su Cuore di tenebra ha rilevato che Livingstone, pur essendo quasi mezzo secolo più anziano, era meno razzista di Joseph Conrad. Nel saggio Missionary travels and research in South Africa il dottore aveva scritto: «Mi è risultato difficile giungere a una conclusione sulla loro indole. Certe volte le prestazioni sono ottime, altre volte l’esatto contrario. Non sono riuscito ad appurare le ragioni per cui fanno del bene né a spiegarmi l’insensibilità con cui commettono il male. Dopo lunga osservazione, ho concluso che sono una miscela di entrambi, proprio come gli uomini di ogni dove». Chissà se si riferiva anche a sé stesso.

Fatto sta che con le sue esplorazioni contribuì allo sviluppo e alla promozione dell’impero commerciale britannico che, undici anni dopo, insieme alle altre potenze europee si spartì il continente appoggiando il righello sulle mappe che lui aveva aiutato a tracciare. «Quando portammo il suo corpo fuori dall’Africa avevamo con noi le carte geografiche di quella che gli uomini del suo mondo avrebbero definito l’ultima, grande, scoperta del Dottore, il possente fiume Lualaba. E se allora avessimo saputo che il nostro estremo atto di lealtà avrebbe piantato il seme del tradimento dei nostri figli (...) che il Lualaba dei suoi disegni era l’imboccatura del grande Congo della nostra rovina, il fiume navigabile lungo il quale l’uomo bianco sarebbe arrivato brandendo il fucile Winchester e con la mitragliatrice Maxim carica?».

La parte più interessante del romanzo è proprio il racconto di questo momento di svolta, di un’Africa non ancora spartita dalla colonizzazione, con tutta la sua ricchezza e effervescenza di genti, di culture, di lingue, di regni, di guerre, di cibi, di personaggi. Le due voci narranti, infatti, dopo un po’ diventano monotone o petulanti e il discorso non riesce a elevarsi sopra al mero racconto dei fatti, veri o inventati che siano.

Oltre le tenebre

Petina Gappah

Traduzione di Stefania De Franco

Guanda, Milano, pagg. 348, € 19

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