arte

L’umanesimo di Ai Weiwei

Con “Vivos” l’artista cinese compie una vera e propria riflessione sulla sopravvivenza umana

di Filippo Brunamonti

default onloading pic

Con “Vivos” l’artista cinese compie una vera e propria riflessione sulla sopravvivenza umana


3' di lettura

“Quando il Museo universitario d'arte contemporanea mi ha invitato ad esporre all'Università autonoma del Messico, mi sono chiesto: Come posso io, artista dissidente cinese, soltanto avvicinarmi alla cultura e alla politica messicana? Così, con assoluto rispetto, ho cominciato a lavorare sul caso dei 43 studenti scomparsi a Iguala. E la mia percezione su verità e giustizia di colpo è cambiata”.

Ufficialmente desaparecidos, in realtà uccisi dai narcos e dispersi in fosse comuni: il rapporto choc sugli studenti, poco più che ventenni, scomparsi sei anni fa in Messico, ha portato l'artista internazionale Ai Weiwei a piantare macchina fotografica e telecamere nelle campagne a sud-ovest, proprio dove i cinque autobus carichi di ragazzi furono attaccati, il 26 settembre 2014.

Ai Weiwei, Kerry Washington, Julie Taymor, e Lin-Manuel Miranda

Vivos - presentato al Sundance Film Festival, nello Utah, come un'opera d'arte lirica che evoca il gioco formalista del documentario e lo ricalca geneticamente - ci porta in cima ai dolorosi buchi familiari, nell'astrattezza, in mezzo a madri e padri, professori e mezzadri che ancora manifestano per la verità, tentando di smentire il governo messicano. Con una bandiera, un megafono, la foto di un figlio, un giovane volto che, muscolo su muscolo, oggi vorrebbe solo vendicarsi. Studiare. E amare.

Qui regista e produttore, Ai Weiwei ci racconta il suo limpido, meditativo viaggio nello stato di Guerrero: “Nella mia vita artistica sono successe tante cose. Da giovane, a New York, facevo la comparsa alla Turandot di Zeffirelli. Ero l'assistente del boia. Più tardi sono rimasto affascinato dalla geopolitica, dall'architettura e dai social media. Non c'è forma artistica che non userei per entrare nel cuore di una società, nelle sue gerarchie di valori. Sono subito stato accolto dalle famiglie degli studenti dell'istituto magistrale di Ayotzinapa e mi sono trovato in un limbo. Queste persone sono rimaste sole, senza risposte”. I movimenti, le marce dei parenti delle vittime, spiega l'artista, potrebbero avere un forte impatto: “In Messico spariscono molte persone. È un dato di fatto. Incidenti come questi, però, sono singolari. I corpi degli studenti non sono mai stati scoperti ed è chiaro che abbiano cercato di insabbiare l'accaduto. Ho osservato a lungo le contestazioni dei gruppi di genitori. Sono uniti tra loro ed esigono una risposta. Arriverà mai? Non lo so. Il nuovo governo e il nuovo presidente, un liberal che ha promesso di riaprire le indagini, lasciano sperare. Ma chissà… Sarà un processo lento”.

Il lavoro in Messico ha coinvolto non solo le famiglie delle vittime ma esperti, politologi e attivisti per i diritti umani: “È stata quasi una bioscopia delle aree più marginali e povere della società messicana. I miei produttori mi scoraggiavano dall'avventurarmi. Ho appreso molte cose, dalla situazione dei diritti umani in Nord America ai rapporti tra Messico e Stati Uniti e in che modo il Messico si sia sentito penalizzato dalle politiche sulla violazione della barriera, i bambini migranti in gabbia, i signori della droga”.

Vivos non è un progetto investigativo, precisa Ai Weiwei: “Lo considero una riflessione sulla sopravvivenza umana, su come sia tenuta a bada sotto determinate circostanze. Da artista, il mio obiettivo è osservare, non giudicare. Non sono a favore di una semplice verità mainstream”.

All'Hollywood Report rivela che il suo prossimo gesto sarà dedicato alle recenti proteste anti-cinesi di Hong Kong. “Ho collaborato con gli architetti Herzog & de Meuron allo stadio dei Giochi olimpici di Pechino 2008 e da attivista (apertamente critico contro il governo cinese, ndr.) le mie preoccupazioni si sono sempre rivolte a diritti umani, immigrazione e ingiustizie sociali. In una delle mie installazioni ho collocato semi di girasole di porcellana nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra; poco dopo ho ricoperto le colonne della facciata della Konzerthaus di Berlino con 14mila giubbetti salvagente. Non smetterò di essere ciò che sono. Un artista? No. Un essere umano”.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...