Societa

L’umanesimo industriale non è tramontato

di Antonio Calabrò


(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

I rapporti tra l’industria italiana e la cultura umanistica e scientifica hanno profonde radici storiche. E una dinamica attualità. L’ultima conferma è il successo, a New York, del Pirelli HangarBicocca e della Fondazione Prada, che hanno vinto il Global Fine Arts Award 2018, il primo per una mostra su Lucio Fontana, la seconda per la mostra sull’arte italiana nel Ventennio. L’eccellenza dei luoghi d’arte di Milano trova riscontro internazionale. E l’impegno di Pirelli e Prada è scelta di mecenatismo, ma soprattutto segno d’una cultura d’impresa che continua a legare creatività a innovazione, nel senso più ampio del termine.

Queste considerazioni sono utili per riflettere meglio sull’interessante intervista di Paolo Bricco a Jeffrey Schnapp, direttore del metaLAB di Harvard (Il Sole 24 Ore, 24 marzo). Schnapp critica «gli intellettuali, molti dei quali rimangono asserragliati nella torre d’avorio della cultura puramente umanistica», ma anche i «troppi imprenditori, che nel design e nella moda rischiano di non declinare in senso contemporaneo la nuova connessione fra tecnica, industria ed estetica». C’è una certa nostalgia, per i tempi di Ettore Sottsass e Gio Ponti e per quella grande impresa, «l’Olivetti, la Pirelli e le imprese pubbliche del mondo Iri che sapevano creare comunità d’intellettuali che integravano la cultura e l’industria, la funzionalità della manifattura e l’estro della creatività».

Ogni critica, da fonti competenti, è benvenuta. Ogni ricordo di stagioni straordinarie dell’impresa merita ascolto. Ma è necessario non perdere di vista quanto ancora succede per fare della cultura una vera e propria leva di competitività. Una “cultura politecnica”, impegnata a ricostruire e rilanciare le sintesi originali tra saperi umanistici e conoscenze scientifiche.

Scelta di tradizione, per Pirelli. E di innovazione. Dagli anni Quaranta ai primi Settanta, la Rivista Pirelli ha raccolto le “grandi firme” della cultura italiana di respiro europeo (Montale, Quasimodo, Ungaretti, Pasolini, Visconti, Eco, Gadda, Guttuso, Sciascia, etc.). Oggi, oltre alle attività dell’HangarBicocca, un grande architetto, Renzo Piano, progetta la struttura centrale del Polo di Settimo Torinese, la “fabbrica bella” e hi-tech, mentre un violinista di rilievo internazionale, Salvatore Accardo firma, con l’Orchestra da Camera Italiana, il “Canto della fabbrica”, traducendo in musica i ritmi dell’industria digitale e lo esegue per la prima volta in pubblico, davanti a mille spettatori, proprio lì, tra quelle macchine di produzione modernissime. E sempre “la fabbrica bella” ispira, nel 2012, uno spettacolo del Piccolo Teatro, “Settimo, la fabbrica e il lavoro”. Architettura, musica, teatro. E ancora fotografia (i Calendari Pirelli, ma anche gli stabilimenti nel mondo, negli scatti di Peter Lindbergh e Carlo Furgieri Gilbert), letteratura (gli scritti di Hans Magnus Enzensberger, Javier Cercas, William Least Heat-Moon, Hanif Kureishi e Javier Marías per la rivista World e per accompagnare i bilanci Pirelli) e altro. Le “comunità di intellettuali” si sono allargate a un sistema di relazioni internazionali.

L’umanesimo industriale, che continua a connotare la Pirelli, così come parecchie altre imprese grandi e medie (Bracco, Zambon, Rocca-Techint, Dompè, Brembo, Coesia, Ima, Cucinelli, etc.) vive e cresce nei rapporti tra tecnologi e filosofi, scienziati e artisti, architetti e scrittori, in un rapporto spesso dialettico, sicuramente ancora creativo. Non si spiegherebbe, d’altronde, la resiliente competitività della migliore impresa italiana, se questi rapporti non fossero d’attualità.

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