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L’umanissimo Pinocchio di Garrone

Sarà nelle sale dal 19 dicembre la nuova versione cinematografica della favola collodiana che vede nei panni di Geppetto Roberto Benigni e in quello del Gatto e della Volpe, Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini. Bravissimo il piccolo Federico Ielapi, che ogni giorno si è sottoposto a quattro ore di trucco per sembrare un credibile burattino

di Cristina Battocletti


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4' di lettura

Il Pinocchio di Matteo Garrone, nelle sale dal 19 dicembre per 01 Distribution, è un bambino coraggioso e incosciente, come la parte più irregolare di tutti noi, quella che si butta continuamente dal quinto piano perché non conosce il dolore della botta, o non se lo ricorda, o decide che è più importante l’avventura.

Per questo non si può fare a meno di stare dalla sua parte, di quella mascherina con le striature di legno e il naso allungabile, i cui sentimenti sono espressi soprattutto dagli occhi neri e puntuti di Federico Ielapi, il piccolo interprete che all’età di otto anni si è sottoposto ogni giorno a quattro ore di trucco con la supervisione del prosthetic make-up designer Mark Coulier.

Il libro di Carlo Collodi non ha segreti, eppure Garrone riesce a rinnovare la verginità della sorpresa parlando, come sempre, con la forza delle immagini. Quando Mastro Ciliegia (Paolo Graziosi) consegna il ciocco di legno vivente a Geppetto (Roberto Benigni), lo spettatore sa benissimo cosa accade poco dopo, eppure quando il burattino di legno esclama: «Babbo!», lo stupore che trasmette il falegname è vivo come se lo sentissimo per la prima volta.

Come Pinocchio conquista lo spettatore

Noti sono anche la vendita dell’abbecedario costata tanto al povero padre, il sequestro da parte di Mangiafuoco (Gigi Proietti) e le furberie meschine e crudeli del Gatto (Rocco Papaleo) e della Volpe (Massimo Ceccherini): eppure tutto è intriso di una umanità così intensa, che si trasformano in una storia nuova dentro la storia vecchia. Garrone unisce in Pinocchio le sue anime più forti, la passione per i Freaks e gli animali, già manifesta nel notevolissimo film che gli ha regalato la fama, L’imbalsamatore (2002); la restituzione della violenza più bruta, che sia reale, come in Gomorra, Grand Prix al Festival di Cannes nel 2008, e Dogman, (2018, premio come migliore interpretazione maschile), o fantastica, come ne Il racconto dei racconti - Tale of Tales (2015).

La crudezza di furti, tradimenti, sgambetti, che hanno poco di fiabesco, va a braccetto con elementi splatter, che assurgono al ridicolo, vedi la bava della Lumaca (Maria Pia Timo), in cui scivolano tutti dai dottori ai becchini.

Dimenticatevi i luoghi fantastici del film tratto da Lo cunto de li cunti di Basile. Non ci sono castelli, laghi cristallini, rupi incantate e incantevoli: qui il paesaggio è poverissimo, proprio come nella versione televisiva comenciniana del 1972, in cui nei panni di Geppetto vi era un magnifico Nino Manfredi, mentre il Gatto e la Volpe erano Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Nella versione di Garrone la misera casa di Geppetto è in una cascina, dove cade l’intonaco, in cui i letti sono fagotti, dove la gente è vestita di cenci rabberciati. Ma il completo di Pinocchio, ricavato da un copriletto, è bello ed elegante. Così lo è la luna nel cielo nero sporcato da nuvole grigie, i campi di grano, le colline e gli ulivi nodosi.

Garrone sembra suggerire allo spettatore di godere della bellezza che ha portata di mano, senza ricorrere a paesaggi estenuati. L’elemento fantastico è nelle maschere degli avventori che sono per lo più animali, di aria, di terra e di mare. Poche le scene da effetto speciale, che risiede appunto nel restituire l’animalità dei suoi personaggi. Ve n’è una, particolarmente onirica quando, trasformato in ciuchino, Pinocchio viene spinto nel mare con una pietra al collo. Sembra di vedere una scena da La forma dell’acqua e non a caso su Netflix nel 2021 sarà trasmesso il Pinocchio di Guillermo del Toro.

Garrone ha superato la sfida della maledizione secondo cui coloro che toccano Pinocchio si bruciano spesso i piedi, proprio come il burattino.

È capitato allo stesso Benigni, la cui versione del libro di Collodi nel 2002 è stata un vero flop, al re mida del cinema hollywoodiano Steven Spielberg e alla sua criticatissima trasposizione fantascientifica di Pinocchio, A.I. -Intelligenza artificiale (2001) e a Francesco Nuti nel 1994 con Occhio Pinocchio. Si è salvato Walt Disney con il cartone animato del 1940 che è ancora un ever green .

Garrone vince la sfida con la maledizione di Pinocchio

Garrone vince la sfida con la maledizione di Pinocchio

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Perché Pinocchio di Garrone si salva? Perché è poetico e malinconico, e racchiude uno spicchio della verità tragica di cui è fatto il mondo, proprio come accadeva nel poco celebrato Reality (2012). Pinocchio é preda di tutti gli istinti e anche se arreca dolore al vecchio babbo perché sparisce, non va a scuola, sta con i cattivi, lo spettatore è sempre dalla sua parte. Pinocchio non sa cos’è la vita, è nato che era già bambino, senza succhiare dal seno latte ed esperienza. Sente solo le pulsioni: quella di correre, di divertirsi, di essere gaudente. Ma in fondo lo fa anche la Fatina (Alida Baldari Calabria), che è lì per redirmelo, ma che non vede l’ora che la Lumaca si addormenti per giocare con lui. Come si fa poi a dare torto a Pinocchio quando lancia il martello al Grillo (Davide Marotta)? Altro che voce dolce e dissuasiva, è un provocatore saccente che gli ricorda costantemente il suo essere inanimato (una testa di legno), il Grillo è un predicatore sanzionatorio con il suo Te l’avevo detto io! Come rimproverargli poi di saltare scuola quando il Maestro (Enzo Vetrano) è un sadico patentato? 

E poi Pinocchio segue le malanime, è vero, ma allo stesso modo risponde alla pulsione primigenia di mettere in repentaglio la sua vita per salvare Arlecchino, tanto da commuovere Margiafuoco. Fugge con Lucignolo (Alessio Di Domenicantonio) nel paese dei Balocchi, ma rimane in dubbio fino all’ultimo. Cerca sempre il babbo anche quando si perde e per lui avrà l’audacia e la generosità che restituirà loro la vita.

Rispetto al libro, Garrone dice di aver fatto sulla sceneggiatura, scritta con Ceccherini, un mero lavoro di potatura, ispirandosi soprattutto al primo illustratore di Collodi, Enrico Mazzanti. Di Ceccherini si riconosce la paternità soprattutto negli slapstick, che non sono nelle corde di Garrone. Il Pinocchio del regista romano, che disegnava la storia collodiana fin dall’età di sei anni, è una favola noir che racconta l’umanità marginale, ma che è nel suo complesso una minuscola universale e dolente parabola di vita. E ci continua a dire, grazie anche ad attori eccellenti, che nelle favole succedono cose terribili, ma che la realtà a volte è peggio della finzione. In entrambi i casi però, anche quando si trasformano in horror dai contorni quasi intollerabili, basta una scintilla di bontà e tutto si può ancora aggiustare.

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