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L’uniforme di Prada, le geometrie di Emporio Armani. E da Max Mara il tailleur per tornare al lavoro

Il vocabolario di questa stagione indica una precisa volontà anche da Etro e Luisa Spagnoli: reagire e ripartire rimboccandosi le maniche invece di piangersi addosso

di Angelo Flaccavento

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Il vocabolario di questa stagione indica una precisa volontà anche da Etro e Luisa Spagnoli: reagire e ripartire rimboccandosi le maniche invece di piangersi addosso


3' di lettura

Una sfilata digitale invece che reale per l’atteso debutto di Raf Simons nel ruolo di co-direttore creativo di Prada, accanto a Miuccia, la Signora: pareva la disdetta di questa bizzarra fashion week milanese - già vittima di attacchi pretestuosi quanto inutili da parte della stampa francese - invece cosa meglio dell’inatteso per marcare un nuovo inizio? «Una delle tante possibili interpretazioni di Prada» specificano i due nella video-conversazione trasmessa in coda allo show. Simons appare timido, imbarazzato; la signora Miuccia estremamente spigliata, quasi effervescente.

Il video è un mezzo freddo, ma nel caso di Prada è uno strumento che funziona, e non solo perché con Simons nel mondo sofisticatamente elitarista del marchio è arrivato un refolo robusto di gelo nordico - e qualche felpa con il cappuccio da adolescente problematica in cameretta. È la regia che è azzeccata: ambientazione ovattata, ritmo sostenuto, dettagli evidenziati. Giudicare un esperimento di questa portata, ovvero una co-direzione creativa, per di più avviato in un momento tanto complesso come l’attuale, dalla prima collezione sarebbe un errore. Perchè la ricetta si assesti ci vorranno prove ed errori.

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Semplice ed essenziale, lo stile Prada è una conversazione creativa in itinere

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Quel che già si vede è un piglio più angoloso e spigoloso, una asciuttezza a tratti scontrosa, e poi loghi esplosi che faranno la gioia dei nuovi spendaccioni. È un Prada più teso e sfacciatamente “moderno”, se moderno vuol dire crudo. Ma è anche un Prada profondamente autobiografico, con il gesto di avvolgersi nel cappotto e tenerlo con la mano, così tipico della Signora, e quel gusto per il vestito come uniforme. Prada è Miuccia, c’è poco da fare. Nello spazio elastico della collaborazione si annida un futuro pieno di possibilità, con l’attesa che aumenta il desiderio. Questa è già una vittoria: senza desiderio, la moda muore.

Il vocabolario di questa stagione è inequivocabile: indica una precisa volontà progettuale, lo strenuo sforzarsi di chi allo sfacelo reagisce rimboccando le maniche invece di piangersi addosso. È un fatto assodato che gli italiani diano il meglio di sé quando la notte è più buia. Quindi ecco tutto un rinascere, ripartire, ricostruire. Giorgio Armani non ricostruisce nulla, ma costruisce dialoghi.

Si intitola Building Dialogues, infatti, il fashion film che sostituisce la sfilata di Emporio Armani: una narrativa avvolgente, dalle immagini ai suoni, che non fa affatto rimpiangere la passerella, e che è uno dei migliori prodotti video visti finora. Armani è insieme autoreferenziale e globale, concentrato sull’essenza del proprio stile - oggi quanto mai leggero, neutro, insieme presente e impalpabile - e aperto sul mondo. Ripreso tra gli edifici fortemente geometrici del Silos di via Bergognone - una delle sedi del marchio - e interpretato da un cast vario e internazionale di modelli e artisti - attori, coreografi, cantanti - il film è un inno alla varietà della vita metropolitana, al meticciato come condizione del presente. È dove le razze e i pensieri si mescolano che fermenta il progresso, e Armani ce lo ricorda non con la retorica, ma con le immagini e i vestiti, pensati sempre per fondersi con la persona.

Emporio Armani fa dialogare il guardaroba maschile e femminile

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Da Max Mara la rinascita è un guardare avanti con l’occhio ad un nostro archetipo culturale: il Rinascimento. Nel chiostro dell’Accademia di Brera, in presenza, sfilano trench e cappotti dalle maniche aperte allungate come in un dipinto di Benozzo Gozzoli e poi tute con inserti di broccato da paramento sacro. L’omaggio si ferma qui, e non è letterale, perché il messaggio di rinascita è altrove: nel ritorno del tailleur dopo i mesi del confino dello smart working, pericolosa anticamera della totale sciatteria vestimentaria. Il gusto di vestirsi come gesto di civiltà, per se stessi e per gli altri.

Alla Pinacoteca di Brera la sfilata Max Mara per la primavera 2021

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È della stessa idea Nicoletta Spagnoli, che per Luisa Spagnoli, il marchio di famiglia, presenta una collezione di perfetta misura ed equilibrio, appropriata ma senza nostalgie. Da Giada, semplicità e fluidità attivano un processo di ricerca tecnica e formale che si concentra sui dettagli - una cucitura a giorno, le coste della maglia che si allargano - e su una idea di lusso estremo ma discreto. Vincenzo Palazzo, da Vien, dice a chiare lettere Make Fashion Great Again, mentre decostruisce giacche e aumenta volumi guardando ai giapponesi.

Da Etro, in fine, si riparte con slancio dall’Italia: quella bella, vacanziera, colta e assolata dell’epoca d’oro in costiera amalfitana, amata assai all’estero. Ovvero, foulard in ogni salsa - in versione top, camicia, abito - fuseaux stampati, sandaletti piatti e borse a secchiello. Una Italia italianissima, e per questo internazionale. Viva!

Etro porta in passerella l'estate italiana stile Riviera

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