RITORNO AL NUCLEARE

L’unione «atomica» di Trump e Putin

di Adriana Castagnoli

3' di lettura

Si direbbe che il 2017 porti a un ritorno al passato. Negli Usa il presidente-eletto Donald Trump, dopo aver affidato la responsabilità dei rapporti con l’estero a un importante esponente dell’industria petrolifera, ha affermato che intende rafforzare e modernizzare l’arsenale nucleare. Per parte sua, da Mosca Vladimir Putin, che aveva preceduto Trump con una dichiarazione dello stesso segno, ha comunque assicurato che non ci sarà una nuova corsa agli armamenti perché non intende impegnarsi in piani difficili da sostenere economicamente. Il punto è che gli armamenti nucleari, per quanto diminuiti rispetto agli apici della Guerra fredda, sono ancora migliaia. Basti dire che Washington e Mosca possono dispiegare rispettivamente oltre 7.000 testate atomiche superando l’insieme delle altre nazioni “nucleari” (Francia, Cina, Gran Bretagna, India, Pakistan, Israele e Nord Corea), le quali dispongono soltanto di una modesta frazione di scorte. Il presidente Obama, nel 2009, si era impegnato a ridurre questi armamenti. Ma il New Strategic Arms Reduction Treaty (New Start), negoziato l’anno successivo con il suo omologo russo Dmitrij Medvedev, ha imposto modesti limiti. Così, le due superpotenze hanno ripreso a investire: da una parte, il Congresso ha spinto verso una nuova generazione di armi nucleari e, dall'altra, la Russia ha intrapreso un programma di modernizzazione del suo arsenale atomico espandendo gli investimenti militari dal 3,8% del Pil nel 2010 al 5,4% nel 2015.

Dalla fine della guerra fredda, Mosca ha considerato la sua parità nucleare con gli Usa come l’ultima, forse unica, garanzia di sopravvivenza rispetto a un’alleanza occidentale forte percepita come una minaccia. D’altronde, essendo gli USA i primi al mondo per spesa militare (circa 600 miliardi di dollari), Russia e Cina potrebbero sentirsi indotte a intraprendere iniziative di competizione che finirebbero per mettere tutti a rischio. Il punto è che il nuovo ordine nucleare “multipolare” è assai instabile: sia per l’imprevedibilità della Corea del Nord, sia per le ambizioni territoriali e di controllo delle risorse di Pechino, sia per la competizione fra India e Pakistan, nonché per l’intenzione manifestata da Trump di stracciare l’accordo nucleare con l’Iran. Una mossa questa che finirebbe col minare non solo la credibilità degli Usa come partner negoziale, ma col creare frizioni con la Russia che ha preso parte all'accordo e oggi è alleata di Teheran in Siria. Peraltro, le ambizioni geopolitiche di Mosca in Medio Oriente sono anche funzionali al recupero della potenza e influenza economiche. Si tratta di un vantaggio importante per la sua industria che ha trasferito la tecnologia nucleare dagli usi militari a quelli civili. Il Medio Oriente è, infatti, la regione con più “newcomers” nucleari al mondo, essendo almeno 6 i paesi che perseguono attivamente questa politica energetica. Negli ultimi anni gli accordi di cooperazione nucleare si sono moltiplicati e lo Stato che più ne ha beneficiato è la Russia grazie al peculiare modello di export e all’ambizione dei suoi piani geopolitici. Fino a poco tempo fa, in Medio Oriente l’instabilità politica faceva apparire rischiosi gli investimenti in infrastrutture nucleari; ma in aprile l’impresa russa di Stato Rosatom ha annunciato di aver aperto un ufficio a Dubai per contribuire al controllo di numerosi progetti in Egitto, Iran, Giordania e Turchia. L’Egitto progetta una serie di reattori nucleari sulla costa del Mediterraneo, mentre in Turchia e Giordania i reattori dovrebbero entrare in funzione rispettivamente entro il 2020 e il 2025, sotto il controllo russo. L’Arabia Saudita, che ha siglato un primo accordo intergovernativo con Mosca per la cooperazione in campo nucleare nel giugno 2015, ha messo a punto il piano più ambizioso per la realizzazione di 16 reattori entro 2032; invece gli Emirati Arabi dovrebbero completare il primo impianto nel 2017.

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Il Nuclear Non Proliferation Treaty richiede che le 5 maggiori potenze nucleari (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) procedano nel disarmo in cambio della promessa che altri non acquisiscano queste armi. Ma Trump ha ammonito il Giappone e la Corea del Sud a sviluppare un proprio arsenale per far fronte alle minacce provenienti da Cina e Corea del Nord. Intanto Tokyo ha siglato un accordo sull’energia atomica con l’India che non ha mai aderito al trattato di non proliferazione, come peraltro Israele, Pakistan e, naturalmente, Corea del Nord. Invece Russia e Stati Uniti, seppur impegnati ad aggiornare i loro arsenali, hanno in parte le mani legate dai limiti sul numero di testate atomiche disposti dal New Start che decadrà nel 2021. Così, nell’instabile scenario nucleare mondiale, con Pechino intenzionata a contare sempre di più anche nell’export di questa tecnologia, tanto Trump quanto Putin hanno per ora più interesse a una nuova collaborazione bilaterale in grado di consolidare il loro ruolo internazionale, che a sfide e prove di forza.

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