Intervista a Remo Morzenti Pellegrini

«L’università di Bergamo non chiude. Così ho resistito per gli atenei italiani»

La lezione del rettore nella città più colpita dall'emergenza Covid-19: «La nostra resa avrebbe innescato un effetto domino nel Paese». Agli studenti: «Siate resilienti, ma solo a metà»

di Antonio Larizza

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Il Rettore dell'Università degli studi di Bergamo Remo Morzenti Pellegrini

La lezione del rettore nella città più colpita dall'emergenza Covid-19: «La nostra resa avrebbe innescato un effetto domino nel Paese». Agli studenti: «Siate resilienti, ma solo a metà»


4' di lettura

In una delle lettere scritte in questi giorni ai suoi studenti, li ha invitati a essere «resilienti, ma solo a metà». In calce, il saluto diventato una firma: «Vi abbraccio, sempre da un metro di distanza». Remo Morzenti Pellegrini è rettore dell’Università di Bergamo e presidente della Conferenza dei rettori della Lombardia. Nella città più piegata dal Covid-19, ha scelto di non fermare la didattica. Diventando «baluardo dell’istruzione universitaria, esempio da seguire e imitare», come ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che il 20 marzo ha preso il telefono e ha chiamato il rettore.

Morzenti Pellegrini, che significato ha avuto quella telefonata?
Ha testimoniato la stretta vicinanza delle istituzioni alla nostra realtà e al sistema universitario italiano.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Bergamo, nel corso del suo intervento per l'apertura dell'anno accademico 2016-2017 dell'università

Il Capo dello Stato, pubblicamente, vi ha definito esempio per il Paese. Ma in privato che cosa le ha detto?
Era meravigliato, mi ha chiesto come fosse possibile che l’università, a Bergamo, fosse ancora in piedi.

Lei che cosa ha risposto?
Gli ho detto che non solo eravamo in piedi, ma in corsa.

Come è stato possibile?
Da Presidente della Conferenza dei rettori lombardi, sabato 22 febbraio ho firmato la sospensione dell’attività didattica per le università della regione. Il giorno dopo con gli altri rettori abbiamo iniziato a pensare alla didattica online.

Come vi siete coordinati?
Con due chat su WhatsApp, attivate quella domenica e in funzione ancora oggi. Nella prima sono inclusi i rettori della Lombardia, nella seconda i presidenti delle conferenze regionali degli atenei italiani. L’università di Bergamo è stata fin da subito punto di riferimento per tutti. Sentivo su di me una forte responsabilità.

Qual è stato il giorno più difficile?
Venerdì 6 marzo. Quel giorno ho dovuto assumere un provvedimento che mai avrei immaginato di dover assumere: comunicare la chiusura di tutte le sedi della nostra università. Contemporaneamente, però, ho annunciato che avrei lasciato una sede aperta per garantire l’attività online. Questo voleva dire mandare al lavoro delle persone, mettendole in pericolo di vita. Una scelta necessaria.

Perché?
Mantenere aperta quella sede è stato come mandare un segnale al Paese. Se Bergamo in quel momento avesse chiuso, nei giorni successivi, a cascata, avrebbero chiuso tutte le università italiane.

La decisione è stata concordata con il Ministero dell’istruzione?
Naturalmente. Il ministro mi ha pregato, in quelle ore, di assumere quella decisione. Grazie a quel passo siamo stati i primi ad aprire la strada all’opportunità della formazione non in presenza.

L'immagine che ha fatto il giro del mondo: i camion dell'esercito trasportano le bare delle vittime bergamasche di Covid-19 dal cimitero Maggiore verso forni crematori di altre regioni

Bergamo modello esemplare…
Mentre parliamo, in Italia, il 94% delle lezioni universitarie è online. Il nostro ateneo sfiora il 99%. Su un milione di studenti, 900mila sono collegati. Se il 6 marzo avessi chiuso l’Università di Bergamo, racconteremmo un’altra storia.

Qual è il ruolo dell’università nell’emergenza che stiamo vivendo?
Non solo erogare online la didattica per garantire il semestre. Le università si sono riscoperte istituzioni con una responsabilità sociale. Hanno il compito di colmare il vuoto in cui sono precipitati gli studenti. Nella didattica online un’intera generazione ha colto un’opportunità per rimanere in contatto. Studenti, docenti, ricercatori: ogni comunità accademica si è riscoperta tale.

La sua comunità resiste?
Sì. Ogni giorno ricevo decine di mail dai miei studenti. Sono confortati che grazie alla didattica online le giornate hanno una parvenza di normalità. Oggi il nostro compito è soprattutto questo: garantire la normalità nell’emergenza. Con strumenti straordinari, rendere normale quello che normale non è. Ma la sfida più difficile verrà dopo.

A quale sfida si riferisce?
Dovremo, ciascuno nelle proprie funzioni, coltivare e salvaguardare questo grande patrimonio di dialogo e confronto che si è aperto.

Che forma ha questo dialogo?
Gli studenti si confrontano sui grandi temi dell’emergenza. Manifestano sentimenti, raccontano storie di vita, spesso tragiche. Qualche sera fa mi ha scritto una studentessa. Mi ha detto che i suoi genitori erano morti da qualche giorno. Poi ha aggiunto: «Le sue lettere, sentire la vicinanza dei professori, l’incalzare delle lezioni online mi aiutano a scandire il tempo in modo quasi normale. Questo mi sta facendo sopravvivere».

L’emergenza ha permesso un test di massa per la didattica online. Ne sta mettendo a nudo anche i limiti?
Non siamo università telematiche. Non lo saremo mai. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che se oggi noi non avessimo avuto la didattica online, non avremmo colmato il vuoto formativo ma anche sociale che si è aperto nel Paese con l’emergenza Covid-19.

L’insegnamento potrà mai fare a meno del contatto?
La didattica a distanza non fa parte della missione degli atenei tradizionali. Esclude la possibilità di interazione collettiva, tratto imprescindibile della formazione, non solo universitaria.

Torniamo alla sua città. Se lo sarà chiesto anche lei. Perché proprio a Bergamo?
Siamo famosi per essere dei grandi lavoratori. Siamo andati avanti comunque, costretti a lavorare “per natura”, come abbiamo sempre fatto. Quello che era un tratto distintivo della comunità, nell’emergenza è diventato un limite. A fine febbraio i dati epidemiologici della Val Seriana, che è anche la mia valle, avrebbero dovuto essere oggetto di attenzione e portare alla creazione di una zona rossa. Non è successo. Ma ora non abbiamo tempo per le polemiche.

La foto dei camion militari che portano via le bare dei bergamaschi ha girato il mondo. Che cosa prova quando riguarda quell’immagine?
Un senso di impotenza assoluta.

Ai suoi studenti ha detto: «Siate resilienti, ma solo a metà». Perché?
Un corpo è resiliente quando riesce ad assorbire un urto o è capace di riassumere la forma originaria dopo essere stato sottoposto a una deformazione. A mio parere, noi non dobbiamo sforzarci di tornare come eravamo prima della pandemia. Dobbiamo cercare di attutire l’onda d’urto che ci ha investito, facendo però tesoro delle prospettive inedite che stiamo sperimentando. Per costruire insieme una nuova idea di futuro e società. L’università sarà al fianco degli studenti anche e soprattutto in questa prossima sfida.

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