Gli organici della Giustizia

L’università deve farsi carico della preparazione al concorso da magistrato

di Gian Luigi Gatta

 Nell’ultimo concorso per diventare magistrato solo il 9,7% dei candidati ha superato lo scritto e affrontato l’orale

4' di lettura

Manca il 10% dei magistrati. L’organico previsto dalla normativa vigente è di circa 10.700; i magistrati in servizio sono circa 9.670. La giustizia ha bisogno di almeno 1.000 nuovi magistrati. Il dato è stato portato all’attenzione pubblica nei giorni scorsi dopo che il Consiglio superiore della magistratura ha espresso le proprie preoccupazioni a riguardo. La carenza dell’organico dei magistrati non è un problema nuovo, ma va oggi risolto per una ragione in più: gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) – la riduzione nei prossimi cinque anni dei tempi medi dei processi (pari al 40%, nel settore civile, e al 25%, in quello penale) – richiedono un impegno particolare alla magistratura e un organico completo. Non si tratta però solo del Pnrr. Se mancano i medici calano i livelli di assistenza del servizio sanitario nazionale. Se mancano i magistrati, analogamente, calano i livelli di efficienza della giustizia, essenziale servizio pubblico, e ne risentono i diritti e la stessa funzione giurisdizionale, di importanza cruciale per la coesione sociale e il rilancio economico del Paese.

Alla magistratura si accede per concorso. L’ultimo, per 310 posti, è stato bandito nel 2019. Si articola in prove scritte, nella forma del tema, su tre materie: diritto civile, diritto penale, diritto amministrativo. Per chi superi lo scritto è prevista una prova orale, su più materie. Il concorso messo a bando nel 2019 si è potuto svolgere solo nel luglio di quest’anno, a causa di rinvii imposti dalla pandemia. Consentirne lo svolgimento è stata una delle prime preoccupazioni della ministra Cartabia, dopo il suo arrivo al ministero della Giustizia. Proprio la carenza dell’organico dei magistrati ha reso opportuno uno sforzo ulteriore: la ministra Cartabia ha avviato la procedura per un nuovo bando di concorso per ulteriori 500 posti. I due concorsi, per complessivi 810 posti, consentono sostanzialmente di risolvere l’attuale scopertura dell’organico dei magistrati.

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Preoccupa tuttavia – è notizia dei giorni scorsi – l’andamento delle correzioni degli elaborati scritti del bando 2019, cui sta provvedendo a ritmi serrati una commissione formata da magistrati, professori e avvocati. Al 2 dicembre scorso, su 1.532 candidati solo 88 erano stati giudicati idonei e ammessi all’orale: il 5,7%. Considerato che i candidati da valutare sono 3.797, se la media degli idonei restasse la stessa all’orale sarebbero ammessi 216 candidati: non sarebbero pertanto assegnati tutti i 310 posti messi a bando. Purtroppo non è una novità: è già successo in occasione di precedenti concorsi, come quello bandito nel 2018: i posti a bando allora erano 330, gli ammessi all’orale furono 301, con una media di idonei del 9,7%. I posti assegnati, all’esito degli orali, furono 285; quelli non assegnati 45.

Questi dati suggeriscono, tra le altre, almeno due riflessioni.

1 Che la selezione dei magistrati sia severa, all’esito di prove di concorso notoriamente difficili e che richiedono una seria preparazione, è un dato di per sé positivo; è una irrinunciabile garanzia della qualità della giurisdizione. Colpisce tuttavia, nella tradizione del concorso, la grande differenza tra le percentuali degli idonei agli scritti (bassissime) e agli orali (altissime). Prendiamo l’ultimo concorso concluso (bando 2018): 9,7% degli idonei agli scritti, 94% agli orali. Forse un minor filtro alle prove scritte e un maggior filtro alle prove orali potrebbe consentire un migliore complessivo bilanciamento tra la qualità della selezione e l’interesse pubblico all’assegnazione dei posti a bando.

2 Se al concorso per magistratura la percentuale degli idonei, alle prove scritte, è solo del 5%, chi si occupa della formazione dei nostri giovani deve porsi delle domande. Saper scrivere è essenziale per il lavoro del magistrato, esercitandosi la giurisdizione attraverso provvedimenti scritti: sentenze, ordinanze, decreti, ecc. A scrivere in italiano si impara – si dovrebbe imparare – a scuola, fin da bambini. A scrivere di diritto si impara – si dovrebbe imparare – all’università. Ecco allora un campanello d’allarme: i laureati in giurisprudenza, confrontandosi con una prova concorsuale scritta, incontrano enormi difficoltà. Ciò deve essere di stimolo a una complessiva riflessione, che unisca i mondi della magistratura e dell’università e che porti alla riforma del percorso formativo per l’accesso alla magistratura. A partire proprio dal corso di laurea in Giurisprudenza. È da tempo allo studio presso il Consiglio universitario nazionale una riforma del corso di laurea: ebbene, quella riforma non può non tener conto della necessità di adeguare la didattica alle esigenze della preparazione per concorsi come quello per la magistratura o il notariato, o a esami di Stato come quello per avvocato. Ciò significa anche attribuire adeguato spazio a esercitazioni scritte, che non siano rimesse alla buona volontà dei docenti, ma facciano parte del percorso degli studi. Magistrati, avvocati e notai lavorano soprattutto scrivendo. Eppure a giurisprudenza gli esami sono per lo più orali e non sono previste prove e esercitazioni scritte obbligatorie quali la redazione di pareri, temi e atti. Il tempo è maturo per una riflessione seria sulla didattica per le professioni legali. Così come è maturo per ripensare l’accesso al concorso per magistratura. In questi giorni si è avanzata l’ipotesi di tornare, come in passato, a consentire l’accesso al concorso direttamente dopo la laurea. È una prospettiva, accolta con favore dal Csm, che mette ancora più al centro l’università e reclama, a ben vedere, proprio una coerente riforma del corso di laurea in Giurisprudenza: l’università, anche innovando le metodologie didattiche, deve farsi carico della formazione e della preparazione ai concorsi, anche e proprio per gli aspiranti magistrati. Serve un disegno complessivo, che riguardi anche, nel post-laurea, il destino delle scuole di specializzazione per le professioni legali, costituite dal 2000 in diverse sedi universitarie, il cui superamento è già oggi nei numeri degli iscritti, in costante e vistoso calo. I laureati che ambiscono a diventare magistrati preferiscono oggi l’esperienza del tirocinio negli uffici giudiziari, cui affiancano corsi di preparazione al concorso organizzati da soggetti privati. Prepararsi al concorso è un problema che ci si pone dopo la laurea, fuori dall’università, il cui ricordo è ormai lontano quando finalmente si diventa magistrati (l’età media è oggi di 32 anni). Considerati gli esiti, è bene che si cambi rotta e che l’università, in sinergia con il mondo della magistratura e con la Scuola superiore della magistratura, si riappropri di un compito che non può non esserle proprio.

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