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L’università di Trento sulle lune di Giove

Centri di ricerca

di Valentina Saini

2' di lettura

Il nord est e lo spazio hanno un legame antico. Basti pensare che Galileo Galilei, forse lo scienziato italiano più noto al mondo e tra i padri dell’astronomia moderna, insegnò all’Università di Padova per diciott’anni (i “migliori” della sua vita, come scrisse allo studioso Fortunio Liceti). Proprio a Galileo nel 1942 fu dedicato quello che all’epoca era il più grande telescopio riflettore d’Europa presso l’Osservatorio astrofisico sull’altopiano di Asiago, nel vicentino.

E nacque a Mestre, nel 1911, Luigi Broglio, padre dell’astronautica italiana; fu lui, brillante ingegnere figlio di un militare piemontese, stimatissimo dai colleghi statunitensi, a proporre nel 1961, all’allora presidente del consiglio Amintore Fanfani, l’idea di costruire e mandare nello spazio un satellite italiano. Era il progetto San Marco, che sfociò tre anni dopo nel lancio del primo satellite italiano dal Kenya, un’impresa eccezionale. Ancora, nacque a Bolzano (allora impero austro-ungarico) il visionario Max Valier, pioniere dell’industria missilistica tedesca e scrittore di talento, morto prematuramente nel 1930, nella Germania di Weimar.

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Quell’eredità non si è persa, e oggi, negli atenei e nei centri di ricerca del Nordest, le scienze dello spazio sono coltivate con successo. All’Università di Padova, per esempio, si scoprono sistemi planetari con quattro esopianeti (è successo nel 2020), mentre quelle di Trieste e Udine hanno partecipato a un progetto che, nel 2019, ha captato per la prima volta fotoni di altissima energia emessi da un lampo di raggi gamma; al progetto aveva preso parte anche il leggendario Osservatorio astronomico di Trieste, che molti in Italia associano all’astronoma Margherita Hack (che diresse l’Osservatorio dal 1964 al 1987, prima donna nel nostro paese, e fu ordinaria di astronomia all’ateneo triestino sino al 1992). Invece all’Università di Trento insegnano il fisico Roberto Battiston, ex presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (si veda l’intervista a fianco, ndr), e Lorenzo Bruzzone, docente di telecomunicazioni e principal investigator del radar spaziale Rime, montato sulla sonda dell’Esa Juice per studiare le lune ghiacciate di Giove. Responsabile della parte strumentale del radar è stata Francesca Bovolo, ricercatrice della Fondazione Bruno Kessler, anch’essa con sede a Trento. Quando la sonda verrà lanciata, nel 2022, porterà con sé molto made in Italy, compreso un po' di scienza nordestina.

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