Itinerari

L’uomo che ridisegnò buona parte dell’italia

Grand Tour/1. Trentanove tombe e monumenti, sessanta musei e settantadue targhe celebrative ricordano nel nostro Paese non solo il passaggio e le committenze di Napoleone, ma anche quelle dei famigliari e discendenti

di Ernesto Ferrero

 Piazza del Plebiscito di Napoli, progettata da Gioacchino Murat per celebrare Napoleone. I Borboni la modificarono aggiungendovi la chiesa

4' di lettura

Invitandoci ad Andare per l’Italia di Napoleone, Paola Bianchi (docente di Storia moderna all’Università della Valle d’Aosta) e Andrea Merlotti (storico e direttore del Centro Studi del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude) ci ricordano che nel nostro Paese sono stati censiti 39 tombe e monumenti, 60 musei, 21 sedi di rievocazioni storiche, 72 luoghi con targhe celebrative che testimoniano il passaggio di Napoleone prima, e dei suoi famigliari e discendenti poi.

Dopo la Francia, l’Italia resta il Paese in cui la memoria di Napoleone è più viva. È forse l’effetto dell’onda lunga degli ingenui entusiasmi accesi dal giovane generale durante la prima campagna d’Italia, non spenti nemmeno dalle successive delusioni. O forse si deve al fatto che, finito il folle volo ventennale, tre dei suoi fratelli e poi i loro discendenti si erano stabiliti in Italia (a Roma, Trieste, Bologna, Firenze, nelle Marche) lasciando tracce cospicue della loro presenza. Qui si sentivano bene inseriti e si muovevano con disinvoltura. Per almeno quindici anni, osservano Bianchi e Merlotti, l’Italia era diventata un laboratorio in cui un nuovo potere, irruente e ambizioso, si innestava su un passato monumentale ridotto a un aggregato di rovine, ridandogli slanci e passioni civili e culturali.

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Il libro, oltre a proporre dilettevoli itinerari di turismo culturale, dimostra come l’architettura e l’urbanistica possano diventare delle illuminanti fonti storiografiche. Tanto più nel caso di chi vantava, e aveva, il genio della costruzione. Edifici, monumenti, progetti urbanistici rispondevano plasticamente a un preciso disegno politico, a una accorta strategia di comunicazione e di autocelebrazione.

Premesso che l’Italia è sempre rimasta rigidamente subordinata agli interessi francesi, in fatto di città Napoleone ha fatto figli e figliastri. Da una parte Milano, sentita come la “sua” capitale, onorata con il grande progetto urbanistico del Foro Bonaparte, destinato a diventare il centro della vita politica e commerciale, con sostanziose ristrutturazioni urbane pagate con la vendita dei beni ecclesiastici, con la speciale sensibilità riservata ai teatri, agli spettacoli, alle feste celebrative. Dall’altra due città marginalizzate e quasi degradate. Annesso direttamente il Piemonte alla Francia, Torino diventa il capoluogo (depotenziato) di una provincia francese. I suoi bastioni difensivi vengono smantellati, non viene edificato alcun significativo monumento imperiale. Nei suoi brevi soggiorni, Napoleone vive a Stupinigi. Il governatore Camillo Borghese e la moglie Paolina se ne stanno rinchiusi a Palazzo Chiablese, un po’ malmostosi, e si comportano come fossero in esilio o in colonia.

Venezia, nuovamente oltraggiata dopo Campoformio, subisce il furto dei quattro cavalli di bronzo arrivati nel Duecento dal sacco di Costantinopoli, si giova dell’introduzione del catasto e del Codice Civile e della costruzione della Procuratie Nuove, simbolo del nuovo potere, ma non riesce a invertire il corso della decadenza e del calo demografico. Al contrario, Alessandria (anche se disturbata dalla guerriglia antifrancese del brigante Giuseppe Mayno) viene potenziata come caposaldo militare e base strategica per l’intera Italia settentrionale, al punto che la cattedrale sarà demolita per fare posto a una piazza d’armi. Caduto Napoleone, il Museo della battaglia di Marengo, eretto nel 1846-47 dal farmacista alessandrino Giovanni Battista Delavo, contribuirà poi non poco a diffondere gli echi di un bonapartismo di ritorno in chiave patriottica.

Va sicuramente meglio a Roma, riunita all’Impero nel 1809. Napoleone, che vagheggia di farne la degna sede per il figlio, chiede a Canova di restaurarla, avvia scavi importanti, fa trasformare il Quirinale in una nuova reggia, e ampliare Piazza del popolo dall’architetto Valadier, oltre a costruire due ospedali. A Napoli, la breve stagione di Murat vede l’avvio di due grandi cantieri poi incompiuti: il Foro Murat (ne resta il grande emiciclo porticato che costituisce l’attuale Piazza Plebiscito) e il complesso monastico di Monteoliveto come sede dei tribunali. E non mancano gli investimenti in capo scientifico, erudito, archeologico, per merito di Carolina. La grandeur costruttiva dell’imperiale fratello contagia anche Elisa, apprezzata, energica principessa di Lucca e Piombino.

Dopo Waterloo, la folta presenza italiana dei napoleonidi, i loro soggiorni, le loro fitte relazioni (sino ad oggi poco studiate) spiegano bene anche la rilevanza che ebbe Napoleone III nelle vicende risorgimentali. Era vissuto a Roma tra il 1823 e il 1831 con la madre Ortensia Beauharnais. E a Roma avevano trovato rifugio, sotto la diretta protezione del papa, Madame Mère e Luciano Bonaparte, il più intelligente e “politico” dei fratelli, che aveva scelto la qualità della vita, dedicandosi a lucrosi commerci archeologici.

Nel ’900 l’imperatore resta un brand suggestivo, capace di produrre consenso. Proclamato “nuovo Napoleone” dal suo biografo tedesco Emil Ludwig, Mussolini ne rivendica il sangue italiano e le maschie virtù guerriere, favorisce la creazione del Museo Napoleonico a Roma (1927), fa restaurare le degradate residenze elbane, che visita pomposamente nel 1936. Ma al di là delle furberie mediatiche del Duce, hanno ragione gli autori di questo volume: non abbiamo mai fatto seriamente i conti nemmeno con l’eredità napoleonica.

Andare per l’Italia di Napoleone, Paola Bianchi, Andrea Merlotti, il Mulino, pagg. 176, € 12

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