Domenico starnone

L’uomo che si osservava dall’esterno: l’ «io» è un altro

Il protagonista di «Confidenza», il nuovo romanzo di Starnone, è un uomo che si è sempre sognato ineccepibile agli occhi degli altri, attraverso cui gli piace guardarsi: lui non si è mai piaciuto

di Gianluigi Simonetti


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Un quadro di Mario Fani

5' di lettura

Pietro Tella è un uomo di successo: seducente ma garbato, rigoroso ma umile, un «sovversivo candido», come lo definisce la sua editor. Partito da una condizione sociale sfavorevole si realizza come professore di liceo, stimatissimo dai suoi studenti; grazie a un libro fortunato si consacra saggista impegnato ed autorevole, esperto di problemi pedagogici, pubblicato prestigiosamente e seguito da lettori appassionati.

Né l’ascesa sociale ed economica, né la moglie devota e i tre splendidi figli lo proteggono però da alcuni istanti di atroce sofferenza, in cui gli sembra di osservarsi dall’esterno. Non si è mai piaciuto, Pietro, e al tempo stesso si è sempre sognato ineccepibile allo sguardo degli altri, oscillando di continuo tra senso di inadeguatezza e volontà di onnipotenza.

Nel fondo della sua coscienza è seppellito un ricordo d’infanzia: abituato a sedersi sul davanzale della finestra del bagno, le gambe penzolanti, sospeso a tre piani d’altezza, il piccolo Pietro si scopriva tentato di saltare, sicuro che non solo non si sarebbe fatto niente, ma ne avrebbe ricavato un grandissimo piacere. «A farmi desistere, credo, fu un’incongruenza: la certezza assoluta dell’invulnerabilità conviveva, nella mia testa, con la certezza altrettanto assoluta che, se si fosse spalancata all’improvviso la porta del bagno e qualcuno per gioco mi avesse dato uno spintone mentre sedevo sul davanzale, l’impresa avrebbe perso il suo incanto, sarei precipitato di sotto e sarei morto».

Pietro Tella è il protagonista del nuovo romanzo di Domenico Starnone, Confidenza, che visibilmente dialoga con i due, bellissimi, che lo hanno preceduto – Scherzetto e Lacci, usciti rispettivamente tre e cinque anni fa. I protagonisti maschili di questi racconti si somigliano tutti: intellettuali affermati che pur avendo raggiunto il prestigio economico e sociale hanno paura ancora e sempre di qualcosa o di qualcuno, poco lontano da loro: un’incrinatura che potrebbe aprirsi e perderli per sempre, dissipando la gestione oculata e dignitosa delle proprie vite.

È interessante che questa perenne, latente minaccia di disordine si faccia strada in scelte di racconto, e di linguaggio, che sono al contrario estremamente calibrate. Di Lacci, in particolare, torna in Confidenza la scansione in tre atti, e in generale la compiutezza strutturale, sostanziata in una architettura a incastro, e a rondò.

    Starnone sembra aver assestato la sua narrativa in una misura rigorosa, ideale; ma mentre siamo abituati ad associare autocontrollo formale e stringatezza dello stile a un raccontare asettico e pacificato, qui dobbiamo fare i conti con quello che è diventato uno dei nostri scrittori più angosciosi – questi meticolosi intagli narrativi, senza intrattenere nessun rapporto esplicito con la letteratura di genere, s’impongono tra le altre cose come raffinati esercizi di tensione, quasi gialli, o horror.

    Nel caso di Confidenza, il mistero da svelare è quello di un’identità borghese e di sinistra – improntata a valori umanistici come l’uguaglianza e l’empatia, forgiata dal progetto di rendere invulnerabile la propria immagine pubblica. Che rapporto c’è tra l’onestà di Pietro, «quel suo sguardo azzurro che vede senza inquisizioni», e i guizzi di terrore e furia che ogni tanto lo attraversano?

    La prima parte di Confidenza è costituita dal racconto che il protagonista fa della propria scalata sociale, prima dell’impegno politico - lo scopriremo nella terza parte, che è per così dire il romanzo di un romanzo. Ma «narrare significa mentire, e meglio racconta chi meglio mente», così insegnava Pietro ai propri allievi; indoviniamo nella sua confessione qualcosa di incompleto, e molto di strumentale nei suoi rapporti con gli amici e con le donne («ci innamoriamo di persone che sembrano vere ma non esistono, sono una nostra invenzione»).

    All’origine dell’ansia che logora questo bugiardo non può che esserci un momento di sincerità: uno solo, ma fatale. Pietro ha trentatrè anni quando Teresa, sua giovane amante ed ex allieva, gli propone di confidarsi l’un l’altro il più tremendo dei rispettivi segreti, la cosa che hanno fatto di cui più si vergognano, in modo da stabilire per sempre una dipendenza reciproca.

    Il rito della confidenza innesca un meccanismo di reciproco controllo. Nei momenti in cui Pietro sembra ascendere a qualche traguardo, Teresa ricompare dal nulla per ammonirlo a stare in guardia; e insieme, lo stesso Pietro, più o meno inconsciamente, si rivolge a Teresa - «un ago inserito nello stomaco e subito estratto» - quando gli sembra di trovarsi a una svolta della vita.

    «Desideravo che Teresa mi dicesse: la diga regge, cretino, non c’è pericolo»; ma più profondamente Pietro desidera che Teresa gli ricordi chi è, anzi chi sono veramente loro due, e tutti gli esseri umani, oltre ogni laboriosa e sofisticata messinscena sentimentale e culturale. Nelle lettere di Teresa, nella sua voce, nelle sue rade ma violente apparizioni Pietro riconosce le proprie stesse antinomie («Fui contento che Teresa fosse andata via e contemporaneamente me ne dispiacqui»); ritrova il sapore agrodolce del riconoscersi, e insieme il timore di vedere andare in pezzi, ogni volta, la superficie rassicurante del sé. Finché Teresa non incarna l’antica ossessione dell’infanzia: «pensai: se adesso facesse irruzione e mi desse una spinta?».

    Scritto con l’agilità e la sicurezza di chi è oramai padrone assoluto del mestiere, Confidenza si consente il lusso di orchestrare una trama a orologeria che resta però enigmatica proprio nei suoi due movimenti decisivi: l’innesco e la deflagrazione della storia. Solo gli scrittori di eleganza superiore sanno permettersi e valorizzare questa ambiguità - loro lo sanno che quel che conta veramente non sono le azioni dei personaggi, ma i loro fantasmi, i loro desideri più profondi.

    Quei fantasmi e desideri sono i nostri e sono tutti lì, pietrificati nel ritratto tormentoso di una colluttazione permanente, del presente col passato, dell’io con se stesso e di ciascuno con tutti gli altri. Quella che Confidenza ci consegna è in parte un’immagine senza tempo dell’uomo romanzesco, per cui l’odio coincide con l’amore, il male è inseparabile dal bene, i legami più profondi convivono con abissali ostilità.

    Ma è anche la rappresentazione di un’epoca precisa, degli ultimi decenni che abbiamo attraversato (qui soprattutto gli anni Ottanta), dell’uso anche fumogeno che abbiamo fatto del lavoro culturale - identificandoci naturalmente con la parte sana e giusta della società, con una ben temperata tendenza alla rivolta, con una pedagogia della condivisione e dell’affetto.

    Senza voler sapere che a spingerci ad agire era piuttosto l’assillo delle rivincite e delle conferme, dell’affermazione magari anche bonaria, ma implacabile, sugli altri. La vera pedagogia che sotterraneamente ci ha plasmato è stata lo spavento - il terrore che chi ci ha conosciuto o visto nudi, una volta per sempre, attraversare all’improvviso spazio e tempo per costringerci a vedere cosa siamo veramente.

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