sfilate parigi

L’uomo combattivo e bellicoso: giacca da ammiraglio da Dior, Hermès superclassico

Nel segno dell’energia la sessione che si è chiusa domenica, completamente digitale. Nessun intimismo rinunciatario ma un rinnovato interesse per tutte le subculture, in testa il punk

di Angelo Flaccavento

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Nel segno dell’energia la sessione che si è chiusa domenica, completamente digitale. Nessun intimismo rinunciatario ma un rinnovato interesse per tutte le subculture, in testa il punk


4' di lettura

La moda è viva e vegeta. Se le vendite, nell'immediato, languiscono, lo spirito della continua reinvenzione persiste e prolifera. La sessione parigina della moda uomo per l’autunno-inverno 2021 che si è chiusa domenica, completamente digitale, è stata invero energizzante. Nessun intimismo rinunciatario all'orizzonte, con l'inevitabile corollario di pigiami, vestaglie e mollezze decadenti; ci sono state anche quelle, in realtà, relegate subito nel territorio della malinconia che consuma e paralizza. Al contrario, posizioni combattive, se non addirittura bellicose, e un rinnovato interesse per tutte le subculture, punk in primis, ma anche mod e beatnik e rave - la più recente, sballata ed escapista - che hanno segnato momenti di coscienza e di autentica ribellione, nel vestire e nel pensare.

Yamamoto e il non colore, Loewe punk

Superata la soglia dei settanta, Yohji Yamamoto è più abrasivo e fosco che mai; fumino e furico al punto da avere momentaneamente messo da parte la poesia per concentrarsi sull'aggressione frontale. Aggressione elegante, sia chiaro: linee esatte, volumi avvolgenti, sentori militari, nessun colore eccetto l'amato non colore e slogan provocatorii come Born to be Terrorist. La collezione è un pugno ben assestato, ed è una gioia prenderlo in piena faccia, seppur attraverso un video, perché davvero la creazione non ha età.

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Da Loewe, Jonathan Anderson guarda al lavoro dell'artista Joe Brainard: un outsider autentico, parte della generazione che l'Aids ha cancellato, laterale al milieu del beat e della pop art, quindi come dire un'isola nell'isola della subcultura radical americana. La collezione è un dialogo continuo con le opere di Brainard, stampate o rese a intarsio su abiti e accessori, ma soprattutto una riflessione sul collage, con cui Brainard si sbizzarriva, come metodo. In un incollaggio solo apparentemente caotico, i fiori e i fumetti di Brainard si mescolano ai volumi mega dei raver, alla pelle nera del punk, ai montoni afgani degli hippie, e il risultato è un cut-up progressivo di ribellione analogica. Analogico anche il metodo di presentazione: una poderosa monografia su Brainard, ovvero un invito alla riscoperta. Le informazioni da processare sono parecchie, ma la goduria visiva è assicurata.

Dior, militarismi soft incontrano l'arte astratta

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Le righe di Paul Smith, da Dior le stampe di Peter Doig

Con la leggerezza e precisione che lo contraddistinguono da sempre - cinquant'anni di onorata carriera - Paul Smith mette insieme un best of che è insieme personale e collettivo - collettività culturale britannica, della quale Smith è esimio esponente; una cultura che ha nutrito l'immaginario globale almeno dagli anni 60. I grandi classici del guardaroba maschile si mescolano così ai tagli affilati dei mod, alle geometrie della new wave, alle righe delle metaforiche prigioni in cui stiamo tutti confinati al momento. È un cocktail in potenza esplosivo che invece si risolve con brillante spirito di sintesi.

Nell'atmosfera generale di maschia fermezza, abbondano i militarismi. Sempre stemperati: nessuno invoca guerre di sorta o, peggio ancora, rambismi di risulta. Il pezzo clou, nella collezione Dior, è la giacca da ammiraglio, con i galloni, i paramani e il collo a listino, che sigilla il busto e finisce sotto tutto, a mó di camicia. Kim Jones, direttore artistico della divisione uomo della augusta maison, esplora nozioni di abbigliamento da parata, ovvero il modo maschile di essere insieme marziali e fiammeggianti: mescola i segni, incluse le bande laterali dei pantaloni, e confonde tutto con jacquard e stampe tratti dall'opera, fortemente espressiva, dell'artista Peter Doig. La collaborazione di rigore con il pittore di fama sembra essere diventata una casella da spuntare ad ogni collezione per Jones. Se l'afflato è stanco, il risultato è organico e convincente.

Hermès, il superclassico perfetto anche per la vita a casa

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Dai nuovi nomi alle geometrie di Hermès

Il maschio parigino, dunque, è energico: certamente non macho ma invero pugnace, o perlomeno pronto al certamen con la quotidianità. Al limite, sembra un neo-crociato da video-game, come proposto, in un misto di medievalismo e precisione sartoriale, dal capace Boramy Viguier, uno dei piú interessanti nomi nuovi in calendario. Ricordano le cotte medievali i decori e le collane che finiscono sui cappotti e le giacche di monastica precisione di Jil Sander.

L'uomo immaginato da Luke e Lucie Meier per il marchio del più alto e pensoso minimalismo è invero introspettivo, ma trova adesso una vena sediziosa, pacatamente ribelle che conquista. Per GmbH, altro marchio in fulminea ascesa, è il momento di una mascolinità muscolare e avveniristica, con il corpo ridisegnato e sensualizzato da tagli sapienti che lasciano ben poco all'immaginazione. L'atteggiamento condiviso è consapevole invece che languido; l'espressione tesa, grafica.

Da Hermès, Veronique Nichanian lavora di colore, geometrie simultanee e dinamismo, proponendo un guardaroba di classici, eseguiti con perizia sopraffina, pensati per stare dentro come fuori di casa. Persino i pantaloni con l'elastico in vita in questo contesto rasentano lo chic. Perfetto il format della presentazione: un gran muoversi fluidamente tra scale, stanze ed esterni, ovvero l'ispirazione del progetto vestimentario resa in forma di contesto scenico e narrazione in un video dai molteplici punti di vista.

È nervoso e sintetico, con la morbidezza poetica che lo ha reso eroe del menswear contemporaneo, Dries Van Noten, che questa stagione azzera colore e stampa per concentrarsi sulla linea. Agisce con spavalda sicurezza sugli archetipi dell'abbigliamento maschile, dalla camicia al trench, e li rilegge nelle proporzioni e nei volumi, rendendo francamente desiderabili, perché nuovi, capi invero familiari e di facile uso. Le menti grandi, davvero, lavorano per sottrazione e amplificano per economia.

Da Botter il colore è quasi caraibico nella saturazione e il tailoring è geometrico quanto pragmatico, mentre da Phipps coscienza ambientale e testosterone festaiolo si uniscono in una mischia inedita, che suggerisce visioni, indifferentemente, di fumosi club underground e avventure ecologiste en plein air. Il caos diventa un debordante brodo primordiale, in fine, da Y/Project, in una festa di silhouette tortili, capi dai molteplici usi, glamour e tocchi deliberatamente tamarri. È la moda al suo meglio: gioco, reinvenzione, possibilità di raccontarsi ogni giorno in modo diverso, divertendosi. Altro che languori da divano. Altro che rinunce.

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