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L’uomo dell’anno 2019? Le masse che scendono in piazza contro le oligarchie

Dall’Algeria a Hong Kong, dal Cile alla Bolivia fino alla civilissima Francia, le piazze vengono invase da una classe media che si sente colpita dalla congiuntura economica e senza ascolto dai governi

di Andrea Goldstein

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(REUTERS)

Dall’Algeria a Hong Kong, dal Cile alla Bolivia fino alla civilissima Francia, le piazze vengono invase da una classe media che si sente colpita dalla congiuntura economica e senza ascolto dai governi


3' di lettura

Quasi tre milioni in Algeria a febbraio, circa due a metà giugno a Hong Kong, ancora più di un milione a Santiago a fine ottobre, 20 mila a Malta un mese dopo, 800 mila a Parigi in dicembre – le masse che scendono in piazza, sollecitate sui social e generalmente prive di leadership, sono state il protagonista della politica globale nel 2019. Senza dimenticare del resto Sudan e Venezuela, Libano e Bolivia, la Catalogna con le sue particolarità, o il movimento globale del Friday for the Future.

Le cause delle mobilitazioni
I motivi immediati variano – la volontà di un Presidente malato di demenza di ripresentarsi per un quinto mandato, una legge che agevola l'estradizione verso la Cina, l'aumento del biglietto del trasporto pubblico, le indagini sull'assassinio di Daphne Caruana Galizia e la riforma delle pensioni, rispettivamente – ma le cause più profonde del malessere sono molto simili. La principale è il sentimento dei ceti medi, ancor più che delle classi disagiate, di affrontare una congiuntura economica in cui predomina il precariato, scarseggiano le opportunità di avanzamento sociale e i grandi potentati economici e finanziari fanno il buono e il cattivo tempo.

Il fattore economia
Un'ingiustizia che trova plastica manifestazione sul mercato immobiliare, con aumenti vertiginosi sia dei prezzi d'acquisto, sia degli affitti, che acuiscono le diseguaglianze (di reddito, patrimonio e accesso ai servizi) ed espellono dal centro delle città i colletti bianchi e le loro famiglie. E una classe politica di fronte a questi problemi sembra incapace di agire, perché corrotta, complice, distante e/o inadeguata. Al di là delle differenze, anche costituzionali, tra l'inquilino dell'Eliseo, ed ex banchiere, eletto al secondo turno col sostegno del 44% degli iscritti e quello della Moneda, miliardario, che applica la Costituzione scritta da Pinochet, la piazza li considera entrambi illegittimi.

Altro elemento comune è che le manifestazioni sono state generalmente pacifiche, anche se ci sono state vittime – 26 in Cile, quattro (di cui tre per infarto) ad Algeri e due (e vari suicidi) a Hong Kong – e cospicui danni ai beni, con saccheggi ovunque (diretti ai negozi di elettrodomestici molto più spesso che agli alimentari) e blocchi degli aeroporti. Le stime sui costi macroeconomici sono solo indicative, ma si aggirano intorno a interi punti di PIL.

Gli effetti delle proteste
I risultati per il momento sono modesti, o quantomeno poco concreti. A Hong Kong Carrie Lam ha ritirato il Fugitive Offenders and Mutual Legal Assistance in Criminal Matters Legislation (Amendment) Bill 2019, ma non ha intenzione di sanzionare la polizia per l'uso della violenza, né tanto meno di indire vere elezioni democratiche. In Algeria Abdelaziz Bouteflika si è dimesso, ma i manifestanti dell'Hirak è ripreso a fine anno per protestare contro l'elezione di Abdelmadjid Tebboune. Anche il Primo ministro maltese ha annunciato le sue dimissioni, queste interverranno però solo a inizio 2020, lasciando a Joseph Muscat il tempo per gestire la sua successione. Ed Emmanuel Macron ha fatto solo minime concessioni, che non intaccano in profondità l'impianto della riforma (necessaria). Forse solo in Cile le istanze dei manifestanti sono state raccolte: ad aprile si terrà un referendum per lanciare eventualmente un progetto costituente.

Le masse contro le oligarchie
Se chi governa il mondo sembra incarnare alla perfezione il ritratto del señorito satisfecho che tanto angustiava José Ortega y Gasset e pertanto suscita il disprezzo delle masse in collera, che a loro volta cercano di guadagnare dignità (karama è lo slogan delle piazze arabe), da dove ripartire? La risposta semplice, ma forse non del tutto sbagliata, è selezionare meglio le classi dirigenti, per non dare le chiavi del Tesoro a un Ph.D. di Chicago che invita chi è esasperato dal costo del bus a svegliarsi più presto.

Per questo vanno recuperati i corpi intermedi, probabilmente le sole istituzioni capaci di contrastare la “crisi di governamentalità” di cui parlava Michel Foucault, cioè il rifiuto delle masse di dare fiducia alla democrazia rappresentativa allorché essa si traduce nella sua cattura da parte di oligarchie. Il rischio infatti è che l'assenza di riferimenti ideologici e partitici che i movimenti contestatari rivendicano con orgoglio sia terreno di coltura per le forze illiberali e per i loro programmi falsamente di buon senso. In essi predominano infatti le teorie economiche bislacche e i discorsi nazionalistici, probabili anticamere di crisi ancora più profonde e di scontri ben più sanguinosi.

Per approfondire
2019, un anno di proteste nelle piazze del mondo

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